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| Arti
e rituali del Kerala di Livio Aragona |
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L’attenzione che il Festival Torino Settembre Musica dedica da qualche anno
alle grandi culture asiatiche riaccende l’inesausto gioco di rispecchiamenti
tra Oriente e Occidente che da sempre punteggia la storia occidentale e
con particolare intensità la musica moderna, da Skrjabin a Debussy, da Cage
a Stockhausen. Piuttosto che con l’idea di Oriente in generale, seguendo
il Festival si ha però a che fare con alcune sue concrete espressioni. Lo
scorso anno fu la volta delle danze cambogiane ispirate alle posture delle
antichissime ninfe apsara scolpite nei templi di Angkor; l’edizione 2004
consente invece l’avvicinamento alle forme rituali, rappresentative e musicali
di uno dei centri propulsivi della cultura e dell’arte indiane, il Kerala,
una regione adagiata nella parte più estrema dell’India meridionale, tra
l’Oceano Indiano e la catena montuosa dei Ghât occidentali, e delimitata
a Nord dal Malabar, l’antica costa delle spezie spesso evocata nei racconti
dei viaggiatori arabi ed europei a partire da Marco Polo.In parte collegate alla tradizione più elevata dell’India classica, in parte sviluppate in forme autoctone specifiche e antichissime, che sono anche le più notevoli e spettacolari di tutto il teatro indiano, le arti e i rituali del Kerala si aprono in un ventaglio di forme rappresentative dove si mescolano la danza, la recitazione e la musica, ma anche il disegno delle polveri colorate, il trucco, e poi ancora l’arte dei bardi, dei burattinai e del teatro d’ombre. Ma ciò che più di tutto colpisce noi osservatori occidentali è la grande importanza attribuita alla corporeità, che percepiamo come pietra di volta di un mondo in cui l’immanente presenza del sacro viene continuamente evocata e colta attraverso sofisticate pratiche di percezione sensoriale. Una gestualità studiatissima è codificata in trattati teorici che provengono da tempi assai remoti, come il Nâtya-Shâstra, il Trattato di danza o l’Abhinaya-Darpana, lo Specchio dei gesti. Espressioni del volto, gesti coordinati degli occhi e delle mani, posture del corpo altamente stilizzate, accompagnati da spettacolari complessi di percussioni e di oboi, raccontano gli antichi miti raccolti nell’immenso patrimonio dei Pûrana, nelle epopee del Râmayana e del Maha˜bharata, o ancora, nell’esteso poema mistico Gîta-Govinda, le cui stanze sono tra le più frequentemente cantate. Il tutto teso a sollecitare i nove tradizionali rasa, ovvero “sapori” o “essenze” – l’erotico, il comico, il patetico, l’eroico, il furioso, il terribile, il ripugnante, il meraviglioso e il pacificato – che costituiscono il fondamento delle arti rappresentative indiane. Allo stesso modo, nella teoria classica della musica, conosciuta nella forma specifica del Kerala come “musica carnatica”, il vocabolo di origine sanscrita râga (“colore”, “passione”) definisce una certa combinazione di note, di ornamenti e di accenti, anch’essi collegati alla teoria del rasa: il “sapore” inerente a un râga, si manifesta nell’interprete e nel suo uditorio quando esso viene interpretato a regola d’arte. Alla musica carnatica è dedicato uno dei cinque appuntamenti. Gli altri presentano alcune delle più significative espressioni dell’arte scenica keralese; il Teyyam ad esempio, un rituale danzato del Malabar che si svolge tra la fine della mietitura e l’inizio della stagione delle piogge, e che letteralmente significa “danza degli déi”, oppure l’antico teatro sanscrito del Kûtiyâttam, del quale è rappresentato uno dei soggetti che ha avuto grande fortuna in Occidente: Shakuntala, dal poema di Kalidasa. E chi volesse saperne di più, può far riferimento al denso ma agile volume di Laurent Aubert, Il ritmo degli dei. Arti e rituali del Kerala, promosso dal Festival e di imminente uscita da BMG-Ricordi. |
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