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| Siamo persone colte? | ||
Non
ci sono dubbi: è molto diverso ascoltare un quartetto di Beethoven
anzichè un pezzo di Fabio Vacchi. Ed è diverso assistere alla
rappresentazione di un Verdi qualunque piuttosto che scoprire come è
fatta un’opera di André Previn. È questione di gusto,
di abitudine, di predisposizione personale. Ed è questione di cultura.
Sono molte le accezioni del termine (tanto che l’Enciclopedia Einaudi
riconosce la disutilità del concetto di cultura) ma a me viene da
pensare che una persona colta, volendo appunto coltivare la propria mente,
è spinta dal desiderio di conoscere; una meno colta si accontenta
di ri-conoscere. Quindi noi frequentatori di teatri e sale da concerto,
nella media, siamo ben poco colti: musica e opera nuova se ne programma
poca, e quella poca ci spaventa. Nel corso di una conversazione radiofonica
sul “far suonare musica nuova in una stagione concertistica”
qualche settimana fa Giorgio Pugliaro, direttore artistico dell’Unione
Musicale, ricordava come per il proprio pubblico (e per quello di tutte
le società di concerti italiane) la musica post-Debussy fosse sostanzialmente
lettera morta; e come il proprio mestiere, che è quello di fare incontrare
in una sala da concerto musicisti e ascoltatori, venisse tendenzialmente
ostacolato dalla presenza in programma di musica di autori viventi. Con suo grande rammarico. Pugliaro ricordava poi come fosse complicato ottenere esecuzioni di musica non di repertorio: a grandi interpreti è difficile imporre un programma e a giovani che comincianola propria carriera non si fa un buon servizio se li si presenta con pagine che il pubblico non ha voglia di ascoltare. In più, per suonare musica di pubblico dominio non si pagano diritti d’autore; per mettere in cartellone partiture di autori viventi (o scomparsi da meno di settant’anni) si devono invece spendere un po’ di soldi; talvolta molti soldi. La sua proposta, provocatoria ma significativa, era dunque quella di far pagare gli organizzatori per mettere in programma Mozart e Beethoven e di permettere una libera utilizzazione della musica nuova (magari ricompensando i compositori con i diritti d’autore di Mozart e Beethoven). La boutade mi ha fatto riflettere perché, se andiamo avanti così, noi tra duecento anni non potremo rifare, aggiornandolo, lo stesso discorso: non avremo musica del Novecento o del Duemila da considerare di pubblico dominio. Tecnicamente ci sarà: gli autori saranno scomparsi e, se esisteranno ancora, le leggi sul diritto d’autore prevederanno il passaggio della loro musica a pubblico dominio. Ma i nostri pronipoti di quella musica non conosceranno neppure l’esistenza, perché la definizione corretta del repertorio creato negli ultimi decenni è forse musica di non dominio, musica che non appartiene a nessuno tranne che ai compositori che la inventano, a qualche interprete curioso e a pochissimi affezionati. A rappresentare il 2005 avremo dunque romanzi, quadri, film, coreografie, software di pubblico dominio. Ma non musica colta. Ora, le ragioni sono complesse e, in parte, storicamente comprensibili. Ma oggi, con tanta bellissima musica che viene scritta in tutto il mondo, continuare a considerare il repertorio del presente come lettera morta a me sembra criminale. Siamo davvero sicuri di non volerci collettivamente specchiare anche nella musica, di non voler ascoltare e selezionare nuovo repertorio come storicamente si è sempre fatto, di volerci fermare per sempre a Debussy? Ce lo ha ordinato il medico? |
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