Sarebbe forse più normale e più corretto far finta di niente, utilizzare i codici consueti delle recensioncine e fingere imparzialità, e non dire che ci sono almeno due buone ragioni per cui non dovrei scrivere queste righe: la prima è che Ernesto Napolitano è un mio caro e vecchio amico (il predicato dell’età si applica evidentemente solo all’amicizia), la seconda è che il suo libro Mozart. Verso il Requiem non l’ho letto. Cioè non l’ho “letto” nel senso corrente del termine, ma ne sto distillando a poco a poco occasioni di riflessione, facendone così un mio livre de chevet.
Non che il libro non si presti a una lettura continua e costante, “normale” per dir così: avanza comunque qualche pretesa impegnativa, prima fra tutte l’aver a mente almeno un terzo del catalogo mozartiano; non tanto musicologicamente, ma proprio sul come quel passo di un’opera risuoni, e ancor più, tra le mediazioni di più esperienze d’ascolto, come dovrebbe o potrebbe risuonare.
Giorgio Pestelli, in occasione di una presentazione pubblica del volume, ne ha centrato magnificamente il carattere di libro di interpretazione mozartiana, nel senso proprio dell’interpretazione musicale, prima e più profondamente ancora che di chiave di lettura filosofica, culturale o letteraria.
Una terza ragione, che ha poi finito per sciogliere l’interrogativo posto dalle due iniziali, è che della nascita del libro mi considero una sorta di testimone privilegiato, perché da quasi vent’anni so che Ernesto Napolitano si è posto il Requiem e la riflessione di Mozart sulla morte come un obbiettivo di pensiero e di ricerca, come un limite a cui tendere, verso il quale le offese della vita e il conforto delle emozioni (quelli cantati da Schubert in An die Musik), i percorsi del pensiero e del lavoro hanno compiuto un intreccio tra natura e cultura che più mozartiano non si saprebbe.
Ho ancora vivissimo il ricordo di molte e molte occasioni di discussione, a margine di un concerto o di una serata musicale, dall’epoca del libro scritto con Renato Musto sul Flauto magico e della mostra curata da Napolitano per la Scala, in occasione di un allestimento di quell’opera nel 1985, e poi la pubblicazione del volume di Hildesheimer, l’uscita del film Amadeus, e quella sorta di indignazione che lo pervadeva di fronte a una ipotetica “inconsapevolezza” mozartiana, alle liturgie anniversarie del 1991, al gusto corrente della semplificazione e dei piatti dualismi.
Se un “sentimento fondamentale” mi pare poter rintracciare nel libro di oggi, la parte principale risiede appunto nel ribaltamento di quell’immagine, portato a dignità di critica e di letteratura, e nell’enunciato espresso con forza e convinzione, in una sorta di elogio della complessità, di quanto ramificate e profonde siano le radici di pensiero nell’opera mozartiana.
Non è dunque (e lo dichiara già benissimo il titolo) un libro sul Requiem, per quanto all’opera ultima siano dedicate pagine ormai insostituibili, sia nel tirar le fila di una fra le vicende storiche e interpretative fra le più controverse, sia – e ancor più – nell’irradiare un fascio di prospettive nuove su tutta l’opera mozartiana, come da uno specchio che rifletta all’indietro il senso di una vita e di una solitudine artistica: il Requiem e la morte rivelano il senso del “prima”, non l’attesa del “dopo”, e dunque nulla vi è di lugubre o fantasmatico, nel libro, che anzi si avvia, per scoperta simmetria, sul complementare ma non opposto, con la Drammaturgia della felicità.
La parte centrale della parte centrale del volume (Il sacro, il sublime, la morte), il suo sancta sanctorum, è per me quella più densa e stimolante: vi risuona una serie di rimandi (bibliografici, musicali, culturali) così ramificata alla critica e all’estetica del sublime settecentesco, che dovrò studiarci su ancora un bel pezzo. Lo considero un regalo, insieme con la strategia della solitudine intrinseca al capitolo sulle Separazioni dell’ultimo anno. «Una solitudine – sono parole di Napolitano, scritte per un’altra occasione mozartiana che mi è cara – capace di lasciare spazio a un’esperienza di sé attraverso la grandezza di un altro, è la condizione per avvicinarsi alla sua opera».
Ernesto Napolitano, Mozart. Verso il Requiem. Frammenti di felicità e di morte. Einaudi, Torino 2004, pp. 418
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