dicembre 2005

orchestra sinfonica nazionale della rai


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Le Metamorfosi di Hindemith
Un viaggio nel cuore del DNA musicale

di Gaia Varon

Hindemith

Un nuovo spettro s´aggira oggi per il mondo: la globalizzazione. Spesso si sente lamentare la perdita di specificità e differenze, l´avanzare di un´omologazione che tutto appiattisce. E, per carità, c´è del vero; ma è vero anche, se guardiamo in particolar modo alla musica, che la storia degli ultimi tre secoli è tutta un fitto intrecciarsi di viaggi, di scambi, di importazione ed esportazione di moduli e stili che perciò si fanno altri e si assimilano. E molto prima dell´era della registrazione era la musica stessa che induceva, e talora costringeva, un´orchestra a modificare organico e stile esecutivo per poter suonare ciò che era stato scritto per un´altra compagine.
Se è ancora la musica contemporanea a spingere spesso oltre i confini consueti, verso nuove combinazioni strumentali e verso tecniche sperimentali, se è ancora il nocciolo duro del grande sinfonismo classico, e soprattutto del corpus beethoveniano a plasmare suono e pensiero musicale, è fra le pieghe del repertorio (quello sì, troppo spesso standardizzato attorno ai soliti titoli!) che un´orchestra può oggi andare a scovare pagine che rimettano in gioco piaceri e rischi del suonare.
Un brano come le Metamorfosi sinfoniche su temi di Carl Maria von Weber di Hindemith sembra portare nel proprio dna musicale tanto una storia di intrecci quanto il gusto per la sfida. Scritte da un compositore che aveva già rinnegato il gusto scandalistico della propria prima maniera in favore di un nuovo personale neoclassicismo – che pescava ora nel capace serbatoio di materiali, tecniche e stili della grande tradizione tedesca onde comporre per quegli Stati Uniti che l´avevano accolto nell´esilio imposto dal Nazismo, ma che certo non gli facevano sconti ed esigevano una brillantezza d´invenzione e di scrittura almeno pari alla brillantezza tecnica ed esecutiva delle proprie eccellenti formazioni – le Metamorfosi sinfoniche di Hindemith sono un vero pezzo di bravura, un capolavoro di scrittura orchestrale.
Metamorfosi qui va inteso in senso stretto, cambiamento di forma: il pezzo si riallaccia alla tradizione delle variazioni sinfoniche, pur dentro una struttura in quattro movimenti, quasi una breve sinfonia; ma la trasformazione inizia tanto presto da non lasciar neppure apparire nella forma originaria un materiale di partenza curioso ma non di eccellenza. La scelta di lavorare su musiche di Carl Maria von Weber risale a un progetto di balletto da produrre assieme al coreografo Léonide Massine (i due avevano già collaborato nel 1938 per Nobilissima visione, un balletto sulla vita di San Francesco di Assisi); quello rimase incompiuto, ma Hindemith riprese in mano, qualche anno più tardi, i materiali preparati allora e li rielaborò nelle Metamorfosi, che debuttarono nel 1944 a New York con la direzione di Arthur Rodzinsky.
I temi scelti non son certo celebri: musica minore per pianoforte a quattro mani per tre movimenti su quattro, fra cui il quarto degli Otto pezzi per pianoforte op. 60, perfetto esempio di un gusto diffuso nel primo Ottocento per la musica ungherese, sul quale Hindemith costruisce un Allegro brillante, in un vigoroso stile di marcia, marcato dagli ottoni e intramato da elaborati interventi dei legni, spingendo il garbato riferimento weberiano fino a una sorta di scatenata mischia tzigana. Ancor più mescolati ed eterogenei i fili che compongono il secondo movimento, uno Scherzo basato su una musica di scena scritta da Weber nel 1809 per la trasposizione di Schiller della Turandot di Carlo Gozzi, per la quale Weber riprese una "autentica" melodia cinese che figura nel Dictionnaire de Musique di Rousseau. Dell´autenticità si può dubitare, ma il sapore esotico per le orecchie di allora, garantito dalla scala pentatonica, era indiscutibile e Hindemith ci gioca con maestria, prima garantendo l´esotismo con fiati e percussioni e poi variando fino a sconfinare in una fuga di sapore jazzistico. Per ammissione dello stesso Hindemith, insomma, i pezzettini scelti non rappresentano certo il meglio della musica di Weber; ma naturalmente il criterio era piuttosto selezionare materiali che ben si prestassero al gioco di una caleidoscopica metamorfosi orchestrale che mantenesse sempre quei requisiti di «semplicità, immediatezza e simpatia personale» sempre richiesti, secondo Hindemith, dal pubblico.