di Gaia Varon
Un nuovo spettro s´aggira oggi per il mondo: la globalizzazione.
Spesso si sente lamentare la perdita di specificità e differenze,
l´avanzare di un´omologazione che tutto appiattisce. E, per
carità, c´è del vero; ma è vero anche, se guardiamo
in particolar modo alla musica, che la storia degli ultimi tre secoli
è tutta un fitto intrecciarsi di viaggi, di scambi, di importazione
ed esportazione di moduli e stili che perciò si fanno altri e si
assimilano. E molto prima dell´era della registrazione era la musica
stessa che induceva, e talora costringeva, un´orchestra a modificare
organico e stile esecutivo per poter suonare ciò che era stato
scritto per un´altra compagine.
Se è ancora la musica contemporanea a spingere spesso oltre i confini
consueti, verso nuove combinazioni strumentali e verso tecniche sperimentali,
se è ancora il nocciolo duro del grande sinfonismo classico, e
soprattutto del corpus beethoveniano a plasmare suono e pensiero musicale,
è fra le pieghe del repertorio (quello sì, troppo spesso
standardizzato attorno ai soliti titoli!) che un´orchestra può
oggi andare a scovare pagine che rimettano in gioco piaceri e rischi del
suonare.
Un brano come le Metamorfosi sinfoniche su temi di Carl Maria von Weber
di Hindemith sembra portare nel proprio dna musicale tanto una storia
di intrecci quanto il gusto per la sfida. Scritte da un compositore che
aveva già rinnegato il gusto scandalistico della propria prima
maniera in favore di un nuovo personale neoclassicismo – che pescava ora
nel capace serbatoio di materiali, tecniche e stili della grande tradizione
tedesca onde comporre per quegli Stati Uniti che l´avevano accolto
nell´esilio imposto dal Nazismo, ma che certo non gli facevano sconti
ed esigevano una brillantezza d´invenzione e di scrittura almeno
pari alla brillantezza tecnica ed esecutiva delle proprie eccellenti formazioni
– le Metamorfosi sinfoniche di Hindemith sono un vero pezzo di bravura,
un capolavoro di scrittura orchestrale.
Metamorfosi qui va inteso in senso stretto, cambiamento di forma: il pezzo
si riallaccia alla tradizione delle variazioni sinfoniche, pur dentro
una struttura in quattro movimenti, quasi una breve sinfonia; ma la trasformazione
inizia tanto presto da non lasciar neppure apparire nella forma originaria
un materiale di partenza curioso ma non di eccellenza. La scelta di lavorare
su musiche di Carl Maria von Weber risale a un progetto di balletto da
produrre assieme al coreografo Léonide Massine (i due avevano già
collaborato nel 1938 per Nobilissima visione, un balletto sulla vita di
San Francesco di Assisi); quello rimase incompiuto, ma Hindemith riprese
in mano, qualche anno più tardi, i materiali preparati allora e
li rielaborò nelle Metamorfosi, che debuttarono nel 1944 a New
York con la direzione di Arthur Rodzinsky.
I temi scelti non son certo celebri: musica minore per pianoforte a quattro
mani per tre movimenti su quattro, fra cui il quarto degli Otto pezzi
per pianoforte op. 60, perfetto esempio di un gusto diffuso nel primo
Ottocento per la musica ungherese, sul quale Hindemith costruisce un Allegro
brillante, in un vigoroso stile di marcia, marcato dagli ottoni e intramato
da elaborati interventi dei legni, spingendo il garbato riferimento weberiano
fino a una sorta di scatenata mischia tzigana. Ancor più mescolati
ed eterogenei i fili che compongono il secondo movimento, uno Scherzo
basato su una musica di scena scritta da Weber nel 1809 per la trasposizione
di Schiller della Turandot di Carlo Gozzi, per la quale Weber riprese
una "autentica" melodia cinese che figura nel Dictionnaire de
Musique di Rousseau. Dell´autenticità si può dubitare,
ma il sapore esotico per le orecchie di allora, garantito dalla scala
pentatonica, era indiscutibile e Hindemith ci gioca con maestria, prima
garantendo l´esotismo con fiati e percussioni e poi variando fino
a sconfinare in una fuga di sapore jazzistico. Per ammissione dello stesso
Hindemith, insomma, i pezzettini scelti non rappresentano certo il meglio
della musica di Weber; ma naturalmente il criterio era piuttosto selezionare
materiali che ben si prestassero al gioco di una caleidoscopica metamorfosi
orchestrale che mantenesse sempre quei requisiti di «semplicità,
immediatezza e simpatia personale» sempre richiesti, secondo Hindemith,
dal pubblico.