di Raffaele Mellace
Sotto la direzione di Gianandrea Noseda, l´Orchestra Sinfonica
Nazionale della Rai propone un viaggio lungo trent´anni di sinfonismo
viennese, impaginando un programma dall´angolatura originale e dunque
presumibilmente in grado di suscitare nell´ascoltatore impressioni
in qualche misura inedite. Il taglio prescelto non prevede infatti la
consueta concentrazione sulla Wiener Klassik, l´asse scontatissimo
Haydn-Beethoven; il punto d´osservazione è stato invece arretrato
a coinvolgere la generazione precedente. Lo sguardo si spinge così
fino al Gluck riformatore, del quale viene eseguita la Suite dal balletto
Don Juan (1761). Lo scarto cronologico è minimo (sono già
gli anni delle sinfonie haydniane sulle parti del giorno), ma ugualmente
assai istruttivo poiché ci pone nell´ottica di un compositore
nato quasi mezzo secolo prima di Mozart e ci permette soprattutto di considerare
quel formidabile laboratorio musicale che fu la Vienna teresiana, una
delle piazze più dinamiche e vivaci della vita musicale in Europa,
terreno di coltura dello stile classico. Critici e cruciali furono in
particolare gli anni Sessanta del Settecento, il decennio in cui si confrontarono,
tra battagliere dichiarazioni programmatiche e il silenzio fragoroso di
una pratica musicale senza posa, sulle assi dei teatri e tra i leggii
delle orchestre, generi e autori d´ogni provenienza: italiana, francese,
austro-tedesca, boema, ungherese.
In apertura di quel decennio l´"arcivandalico" cavalier
Gluck aveva presentato, sulle scene del Burgtheater, la musica per il
ballo pantomimo Don Juan di Gasparo Angiolini, punta avanzata di quel
partito riformista promosso dal conte Giacomo Durazzo, sovrintendente
degli spettacoli della corte imperiale, con l´intento di modernizzare
(e gallicizzare) l´impianto italianissimo del teatro musicale viennese.
Com´è noto, meno di un anno più tardi (sempre in ottobre,
ma nel 1762), il medesimo terzetto Angiolini-Gluck-Durazzo accenderà,
con l´Orfeo ed Euridice, le polveri di quella che verrà chiamata
"riforma del melodramma". Per intanto la musica per il ballo
consentiva a Gluck di affilare le armi a tali scopi, rendendo acuminata
una facoltà che si rivelerà indispensabile nello sviluppo
dell´incipiente linguaggio sinfonico classico: la qualità
di conferire memorabile evidenza plastica al discorso musicale, rendendolo
altamente eloquente anche in assenza di un testo, capace di supplire compiutamente
al talento affabulatorio della parola, restituendo, attraverso la semantica
del suono strumentale, la boria blasfema del Libertino così come
le invettive del Commendatore.
Di tale piena maturità della scrittura sinfonica costituiscono
un esempio da manuale due delle sinfonie di maggior personalità
del repertorio classico. Anch´essa viennese, benché presentata
in Boemia, la mozartiana Sinfonia Praga, del 1786, mostra un linguaggio
del tutto affine alle contigue Nozze di Figaro, culminante nel Presto
(terzo e ultimo tempo di questo lavoro singolarmente privo di Minuetto),
parente stretto del duettino Susanna-Cherubino. Ma anche laddove la scrittura
sinfonica non parla tanto scopertamente la lingua dell´opera buffa,
appare evidente la connaturata vocazione umanistica all´espressione
di affetti umani, ovvero alla creazione di personaggi palpitanti tramite
anonime figurazioni strumentali. Un teatro più astratto, ma non
meno spettacolare, è allestito dalla penultima, magnifica Sinfonia
di Haydn, soprannominata Rullo di timpani per l´istrionico gesto
a sorpresa d´apertura. Giunto nel 1795 al culmine di una produzione
sinfonica pressoché quarantennale, Haydn esibisce di fronte al
pubblico londinese il magistero impeccabile di un dominio assoluto sulla
forma. Si considerino anche soltanto le variazioni sul doppio tema pseudofolklorico,
in minore e in maggiore, dell´Andante più tosto allegretto:
un´avvincente narrazione, puramente musicale, tendente già
la mano a un altro viennese che nascerà di lì a poco: Franz
Schubert.