di Angelo Chiarle
Sapere aude! Il celebre imperativo categorico sembra racchiudere, in certo modo, il senso della chiacchierata con Aleksandr Korsantia, il quarantenne pianista georgiano che si appresta a debuttare sulla scena torinese dopo aver fatto breccia in tutto il mondo con il "fuoco interiore" del suo pianismo. Aver il coraggio di sapere, nel senso più di sapore che di saggezza. Una via neokantiana all´interpretazione? Forse, però con il sapore della sincerità e dell´autenticità delle emozioni.
Nato a Tbilisi e dal 1992 trapiantato negli USA, lei con la Georgia
mantiene sempre un legame molto intenso. Che cosa ha di particolare l´approccio
dei pianisti georgiani alla musica?
«Sono molto orgoglioso di far parte della scuola pianistica georgiana.
La considero parte di quella russa, che sono convinto sia la migliore
al mondo. Entrambi i miei maestri, Tengiz Amiredjibi e Alexander Toradze,
si sono formati al Conservatorio di Mosca e io mi considero l´ultimo
prosecutore di questa tradizione. I georgiani hanno un approccio speciale
alla musica in termini di temperamento. Sono gente più "meridionale":
in tutto ciò che fanno essi infondono sempre una gran dose di temperamento,
specialmente nelle arti. Le danze popolari, per esempio, sono estremamente
cariche di adrenalina. Questo approccio i georgiani lo trasportano anche
nel suonare il pianoforte. Certo, ci sono molti altri aspetti, perché
la musica non è solo pura adrenalina, ma l´eccitazione è
molto importante».
In effetti la critica è stata molto impressionata dalla
"personalità" e dalla "vivida caratterizzazione"
delle sue interpretazioni…
«Quando suono il pianoforte sul palcoscenico per me la cosa più
importante è essere sincero, molto veritiero. Non credo nelle esibizioni
calcolate. Ogni volta che si sale sul palco credo che si debbano condividere
le emozioni più genuine, senza sobrietà e senza calcoli.
Penso che i calcoli debbano essere fatti prima, quando ci si esercita.
Ma quando si è sul palcoscenico, bisogna essere molto onesti sulle
proprie emozioni».
Non per nulla hanno scritto che le sue esecuzioni possiedono
un profondo "calore" umano, una "meravigliosa delicatezza".
Queste qualità derivano dal rispetto del testo musicale?
«Naturalmente. Ogni volta che suoniamo le opere di compositori di genio
ritengo che, almeno per il tempo in cui siamo sul palcoscenico, dobbiamo
sentirci al loro stesso livello. Credo che il genio musicale dei compositori
necessiti di questo tipo di approccio. Essi hanno bisogno dell´audacia
dell´artista che affronta i loro pezzi, così da infonderci
nuova vita, aria fresca. Ogni volta che questo avviene, sento di aver
fatto qualcosa di buono per l´autore».
Quali insights ha afferrato nel suo dialogo spirituale con il
Terzo concerto di Rachmaninov?
«È un´opera molto speciale per me. Molti lo considerano il
concerto più bello e difficile composto da Rachmaninov per il pianoforte.
Sono d´accordo ma soprattutto perché è un lavoro che
dischiude le profondità più nascoste delle emozioni musicali.
Non conosco nessun altro pezzo che tocchi così intimamente l´anima
di una persona. Questo lo rende tanto difficile, non la tecnica».
Con Noseda ha trovato un feeling speciale?
«Sono molto legato a Gianandrea. Lo apprezzo come musicista e lo considero
al momento il migliore direttore al mondo della sua generazione. Sentiamo
la musica in modo molto simile: ciò rende la nostra collaborazione
molto speciale. Tengo molto a essa: è un grande privilegio per
me poter suonare con lui».