di Luca Scarlini
Il turco in Italia andò in scena alla Scala il 14 agosto
1814 con scarso successo, in primo luogo, pare, per una diceria infondata
che voleva il compositore intento a riciclare in chiave di beffarda parodia
il suo successo dell´anno precedente con L´italiana in Algeri,
trionfante al Teatro Re. La partitura, che è invece diversa dalla
precedente, ebbe una qualche fortuna fino alla metà dell´Ottocento
(presentata anche come La capricciosa corretta), scomparendo poi progressivamente,
fino al recupero del 1950 a Roma, protagonista Maria Callas a fianco di
Mariano Stabile, con la bacchetta di Gianandrea Gavazzeni, tra coloratissimi
scene e costumi di Mino Maccari. A questo spettacolo fece seguito anche
una celebre edizione scaligera, firmata da Franco Zeffirelli nel 1955
con cast in buona parte identico, testimoniata in disco ed echeggiante
nelle pagine dell´Anonimo lombardo di Alberto Arbasino (1959), entusiasta
per un lavoro in cui lo scrittore riscopriva clamorosamente una tradizione
parallela della cultura del Belpaese, di scatenata invenzione formale.
L´opera, che senz´altro disattendeva vari tratti del "comico
puro" rossiniano, e sempre più frequentata negli ultimi decenni,
vive nella dimensione di uno strepitoso teatro nel teatro, laddove ciò
che colpisce oggi, soprattutto nella vicenda, è l´inserimento
del poeta Prosdocimo che «ha da fare un dramma buffo, ma non trova l´argomento».
Come in una trama pirandelliana ante litteram, che rimanda però
a un frequentatissimo genere metascenico, dal goldoniano Teatro comico
a Le convenienze e le inconvenienze teatrali del Sografi, egli infatti
gira ossessivamente per la città a caccia di vicende da manipolare.
Il suo sguardo acuto, spietato, si fissa da subito sulle follie di Fiorilla,
che si incapriccia di un principe turco giunto da poco, Selim, sbeffeggiando
il proprio marito babbeo, dall´inequivocabile nomen-omen di Don
Geronio, evocatore di decrepitudine, sempre maltrattato dalla consorte
e «in caccia di zingare che sappiano strologar», ma non risparmiando neppure
il languido cicisbeo Don Narciso e affermando drasticamente la propria
indipendenza.
La concatenazione felice di colpi di scena ideata da un giovane Felice
Romani, a partire da un precedente libretto di Caterino Mazzolà
per Franz Seydelmann (1778), secondo Fiamma Nicolodi, ha risonanze dalla
scrittura goldoniana per Il talismano, musicato da Salieri e Rust, nella
trama collaterale di Zaida e Albazar, zingari per necessità, ma
un tempo legati al visitatore orientale. La trama gioca quindi con gli
stereotipi delle turcherie nel momento in cui le relazioni con l´altro
lato del Mediterraneo stavano mutando rapidamente, definendo sempre più
il genere come una squisita forma di intrattenimento, in cui il confronto/contrasto
tra i due mondi offriva ormai occasioni più comiche che tragiche.
Alla paura reale e mitologica allo stesso tempo dei corsari, che aveva
ritmato per tre secoli almeno le vicende del Mediterraneo, "continente
liquido" secondo l´incisiva formula di Fernand Braudel, si
succedeva infatti dappertutto con rapidità l´idea dell´Oriente
come luogo dalle molteplici possibilità (o, nella celebre formula
lanciata da Disraeli in Tancred, nella dimensione di un posto da intendersi
soprattutto come occasione di una possibile "carriera"). Da
ciò di rimando si moltiplicavano le presenze di personalità
che provenivano dal mondo islamico, mercanti e diplomatici che figurano
non a caso tanto in varie opere di Goldoni (tra cui il sarcastico Le donne
di casa soa), come nelle vedute livornesi di Giuseppe Zocchi, in una sequenza
di presenze continue dal mondo del Levante. Il gusto per i doppi sensi
e per le allusioni attraversa il testo ed esplode in crescendo che sono
geniali rivisitazioni di generi e stili.