Un velo di malinconia percorre tutta l´opera, ma è proprio quella malinconia che sembra garantire al Turco in Italia una verità profonda che il buffo puro, il comique absolu per dirla coi francesi, maschera o ignora. È la caratteristica saliente che distingue quest´opera, nella lettura di Corrado Rovaris, dalle altre celebri opere buffe di Gioachino Rossini e soprattutto da quell´Italiana in Algeri composta appena un anno prima. «Basta guardare ai singoli personaggi» racconta Corrado Rovaris; «il Poeta è un caso a sé, un´invenzione straordinaria, e infatti è stato visto addirittura come un precursore del teatro di Pirandello; gli altri hanno tutte le caratteristiche dei tipi che possiamo ritrovare anche nell´Italiana o nelle altre opere buffe di Rossini, ma sempre con un elemento in più».
Prendiamo allora Geronio: non la solita macchietta del marito
afflitto da capricci e incostanza della sua giovane moglie Fiorilla?
«Ecco, Geronio è certamente un buffo, del tipo di don Bartolo del
Barbiere per fare solo un esempio fra tanti, e ha indubbiamente la sua
quantità di canto sillabico e altre caratteristiche tipiche di
quel carattere, ma c´è in lui anche un lato umano che esula
dal semplice cliché del buffo. Nel quintetto, per esempio, c´è
la verve e la buffoneria, né più né meno che nel
terzetto del Barbiere; ma qui, in questa presa in giro, c´è
un´umanità nuova. E lo stesso si può dire del turco
Selim, che certo può ricordare il Mustafà dell´Italiana,
ma con un´altra statura: qui la burla non è tutto».
Certo, appena si fa strada un´umanità, una profondità
dei personaggi, tutta la comicità diviene ambigua.
«E infatti c´è sempre un velo di malinconia sconosciuto all´Italiana
in Algeri. Abbandonando lo stereotipo questi personaggi non possono più
essere appiattiti in categorie – lo sciocco geloso, la civetta capricciosa
– né comodamente ripartiti fra buoni e cattivi. E, un po´
come col finale di Così fan tutte, la ricomposizione delle coppie
si accompagna in fondo all´accettazione del dubbio che un domani
la ruota torni a girare».
Rovaris, da poco nominato direttore musicale all´Opera
Company di Philadelphia, in una quindicina d´anni di lavoro intenso
sul podio di opere rossiniane ne ha già macinate parecchie. Vien
facile perciò chiedergli dove rintracci la mano di Rossini nella
novità che compare nel Turco in Italia.
«Senz´altro Rossini qui sceglie con attenzione il testo
e forse influenza anche Felice Romani nella rielaborazione del vecchio
libretto di Mazzolà; e poi, in mezzo a tanta scrittura che è
tipica del suo stile di quegli anni, c´è un´abilità
speciale nel lavorare sul ritmo drammaturgico. Per esempio, ancora nel
quintetto, c´è un momento in cui le voci cantano sole, a
cappella: è come se Rossini volesse creare, e non accade solo qui,
una sosta, un momento lirico, un´oasi, prima che riparta la macchina
nel finale».
Dov´è la sfida per il direttore?
«Nella "macchina", senz´altro; in quel meccanismo che
deve marciare serrato, come un orologio, ma che al contempo deve vivere,
traducendo il virtuosismo della velocità in naturalezza e piacere.
E sicuramente c´è un tempo giusto, in cui tutto sembra accadere
come per magia, ma non è ogni volta lo stesso, dipende da molti
fattori: le voci, la sala. La "Rossini renaissance" ha fatto
molto, ma la lezione più importante è quella dell´oramai
celebre Barbiere diretto da Claudio Abbado per la Scala quasi quarant´anni
fa (nel 1969) che ha impresso una svolta al modo di eseguire Rossini.
Oggi possiamo permetterci un approccio filologico senza dogmatismi, di
sguinzagliare voci di cantanti, che sanno fare la coloratura ma anche
recitare, e orchestre che anche con gli strumenti moderni sanno muoversi
con la leggerezza richiesta dalla partitura. Perché comunque il
punto è uno: la libertà esecutiva comincia dopo lo studio
e il rispetto profondo del testo». (g.v.)