dicembre 2005

teatro regio


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Corrado Rovaris
«La sfida è far vivere il meccanismo serrato dell´opera»

Rovaris

Un velo di malinconia percorre tutta l´opera, ma è proprio quella malinconia che sembra garantire al Turco in Italia una verità profonda che il buffo puro, il comique absolu per dirla coi francesi, maschera o ignora. È la caratteristica saliente che distingue quest´opera, nella lettura di Corrado Rovaris, dalle altre celebri opere buffe di Gioachino Rossini e soprattutto da quell´Italiana in Algeri composta appena un anno prima. «Basta guardare ai singoli personaggi» racconta Corrado Rovaris; «il Poeta è un caso a sé, un´invenzione straordinaria, e infatti è stato visto addirittura come un precursore del teatro di Pirandello; gli altri hanno tutte le caratteristiche dei tipi che possiamo ritrovare anche nell´Italiana o nelle altre opere buffe di Rossini, ma sempre con un elemento in più».

Prendiamo allora Geronio: non la solita macchietta del marito afflitto da capricci e incostanza della sua giovane moglie Fiorilla?
«Ecco, Geronio è certamente un buffo, del tipo di don Bartolo del Barbiere per fare solo un esempio fra tanti, e ha indubbiamente la sua quantità di canto sillabico e altre caratteristiche tipiche di quel carattere, ma c´è in lui anche un lato umano che esula dal semplice cliché del buffo. Nel quintetto, per esempio, c´è la verve e la buffoneria, né più né meno che nel terzetto del Barbiere; ma qui, in questa presa in giro, c´è un´umanità nuova. E lo stesso si può dire del turco Selim, che certo può ricordare il Mustafà dell´Italiana, ma con un´altra statura: qui la burla non è tutto».

Certo, appena si fa strada un´umanità, una profondità dei personaggi, tutta la comicità diviene ambigua.
«E infatti c´è sempre un velo di malinconia sconosciuto all´Italiana in Algeri. Abbandonando lo stereotipo questi personaggi non possono più essere appiattiti in categorie – lo sciocco geloso, la civetta capricciosa – né comodamente ripartiti fra buoni e cattivi. E, un po´ come col finale di Così fan tutte, la ricomposizione delle coppie si accompagna in fondo all´accettazione del dubbio che un domani la ruota torni a girare».

Rovaris, da poco nominato direttore musicale all´Opera Company di Philadelphia, in una quindicina d´anni di lavoro intenso sul podio di opere rossiniane ne ha già macinate parecchie. Vien facile perciò chiedergli dove rintracci la mano di Rossini nella novità che compare nel Turco in Italia.
«Senz´altro Rossini qui sceglie con attenzione il testo e forse influenza anche Felice Romani nella rielaborazione del vecchio libretto di Mazzolà; e poi, in mezzo a tanta scrittura che è tipica del suo stile di quegli anni, c´è un´abilità speciale nel lavorare sul ritmo drammaturgico. Per esempio, ancora nel quintetto, c´è un momento in cui le voci cantano sole, a cappella: è come se Rossini volesse creare, e non accade solo qui, una sosta, un momento lirico, un´oasi, prima che riparta la macchina nel finale».

Dov´è la sfida per il direttore?
«Nella "macchina", senz´altro; in quel meccanismo che deve marciare serrato, come un orologio, ma che al contempo deve vivere, traducendo il virtuosismo della velocità in naturalezza e piacere. E sicuramente c´è un tempo giusto, in cui tutto sembra accadere come per magia, ma non è ogni volta lo stesso, dipende da molti fattori: le voci, la sala. La "Rossini renaissance" ha fatto molto, ma la lezione più importante è quella dell´oramai celebre Barbiere diretto da Claudio Abbado per la Scala quasi quarant´anni fa (nel 1969) che ha impresso una svolta al modo di eseguire Rossini. Oggi possiamo permetterci un approccio filologico senza dogmatismi, di sguinzagliare voci di cantanti, che sanno fare la coloratura ma anche recitare, e orchestre che anche con gli strumenti moderni sanno muoversi con la leggerezza richiesta dalla partitura. Perché comunque il punto è uno: la libertà esecutiva comincia dopo lo studio e il rispetto profondo del testo». (g.v.)