dicembre 2005

teatro regio


Torna all'indice dei contenuti

Antonio Calenda
La dimensione contemporanea del Turco rossiniano

di Luca Del Fra

Antonio Calenda

«È uno spettacolo del 1994, nato a Bologna, ripreso nel settembre dell´anno scorso al San Carlo di Napoli e ora in arrivo al Teatro Regio di Torino» ricorda Antonio Calenda a proposito del suo allestimento del Turco in Italia, scene di Nicola Rubertelli e Maurizio Millenotti, debutto al Regio il 9 dicembre per restare in scena fino al 18. L´incontro con il regista avviene nei giorni caldi della protesta del mondo dello spettacolo contro i tagli alla cultura prospettati dalla Finanziaria: un uomo di palcoscenico a tutto tondo come Calenda, che spazia dal teatro di prosa a quello musicale, non può non riflettere su come un allestimento, ripreso varie volte, possa diventare economicamente virtuoso: «Un esito felice scaturito da un´idea forte già presente nell´opera di Rossini che me l´ha resa grata e che ho cercato di sviluppare: la presenza del personaggio del poeta». È Prosdocimo che, mentre la storia all´apparenza da lui ordita si dipana, ne ricava il libretto dell´opera stessa che sta davanti ai nostri occhi. «E la funzione del poeta – continua Calenda – è compiere un distanziamento, una sorta di epicizzazione del racconto, ma sì, diciamolo, uno straniamento brechtiano che porta l´opera in una dimensione contemporanea. Una cornice, insomma, che ho voluto interpretare non come fine a se stessa ma attraverso l´amabilità del teatro napoletano ottocentesco. Per assurdo, qualcuno ci ha visto la tradizione di Di Giacomo, ma io penso anche all´avanspettacolo, al comico inetto di stampo partenopeo». Una scelta che nella messa in scena ha comportato anche precise soluzioni scenografiche: «Il fronte palcoscenico è delimitato da un riquadro grigio, una specie di spazio metateatrale in cui il poeta si muove per entrare e uscire dallo spazio teatrale vero e proprio. Alla scabra cornice, infatti, si contrappone al centro una profondità visiva forte, un´ambientazione con fondali ispirati ai gouaches, le tempere realistiche napoletane». Il rapporto tra narratore in scena e personaggi è sempre foriero di soluzioni impreviste: «Prosdocimo infatti entra ed esce dal racconto, guidando gli altri quasi come marionette nei loro incantamenti, idiosincrasie e lungo le frenesie dei concertati». E che dire degli altri personaggi di questa soffusa commedia di ambiente, creata dalla penna del librettista Felice Romani? «Diciamo che Fiorilla è la vera protagonista: senza di lei non si scatenerebbe la coquetterie meridionale che sostiene l´opera. Ma Fiorilla non arriva fino in fondo, perché è un´allumeuse, ama più essere corteggiata che sedotta. Ma c´è anche la dimensione di turcheria che s´incarna in Selim, l´uomo che arriva da lontano e, oltre alla sua dimensione esotica, può essere vagamente minaccioso. Il turco introduce una turbativa nella sonnolenta routine della società napoletana: fa innamorare Fiorilla e mette in moto un meccanismo di gelosia e di protesta negli altri personaggi. Il sommovimento poi si placa quando Selim ritrova finalmente la sua amata Zaida e decide di tornarsene in Turchia». È lo smarrimento così tipico in Rossini, che tuttavia nel Turco in Italia usa colori più temperati della sua precedente buffoneria turchesca, L´italiana in Algeri. Una drammaturgia musicale più sobria e disincantata? «È l´euforia che Rossini sa costruire: ma cos´è questa euforia che ritroviamo anche nelle commedie di Shakespeare? Non certo uno stato di completezza o di felicità, quanto piuttosto il tentativo di essere felici a tutti i costi da parte di personaggi stretti nella macchina infernale del desiderio mai esaudito. E in scena arriva la vacuità, l´insensatezza della vita e impotentia vivendi che è già parte del teatro dell´assurdo. Ebbene sì: Rossini ha la dote di prevedere tanto teatro contemporaneo…».