di Oreste Bossini
Era difficile immaginare che nella nostra epoca Brahms avrebbe costituito
un caso. La sua figura barbuta ha incarnato la tradizione ottocentesca quasi
per antonomasia, come i mobili di legno massiccio e i pesanti abiti di panno
scuro. Non a caso fu coniata la formula delle tre B (Bach, Beethoven, Brahms)
per indicare i legami sotterranei che congiungevano il lungo percorso della
musica occidentale. In fondo, ancora negli anni Sessanta, Françoise Sagan
poteva intitolare uno dei suoi più fortunati romanzi Le piace Brahms?
alludendo a un mondo chiuso, sicuro e protetto, in procinto di essere sconvolto
dal vento misterioso dell´amore. Oggi la musica di Brahms non occupa
più la stessa posizione, al centro di un rassicurante mondo borghese.
Anche i lavori del vecchio, irrequieto scapolo del Nord, trapiantato nella
Vienna frivola e oscura di Schnitzler e di Freud, sono stati sottoposti
al ripensamento del nostro tempo incerto, analizzati secondo prospettive
nuove, non più ancorate a vecchie convenzioni. Forse era necessario
liberare Brahms dalla patina istituzionale, una pietra al collo che ha finito
per trascinare la sua musica in un abisso di noia assolutamente immeritata.
Tra gli interpreti della sua generazione e del suo percorso professionale
Philippe Herreweghe è il musicista che ha indagato nel modo forse
più convincente la figura di Brahms, portandone alla luce aspetti
meno consueti. Non bisogna dimenticare che Herreweghe ha iniziato la carriera
come direttore di coro. Le sue radici affondano nella cultura fiamminga,
ricolme di antiche tradizioni polifoniche e ricche di una ininterrotta consuetudine
alla pratica corale. Non stupisce, perciò, ritrovare anche nelle
interpretazioni di Brahms, che Herreweghe ha da sempre tenuto al cuore del
suo repertorio, quella morbidezza e quella flessibilità nel fraseggio,
che solo l´abitudine al canto consente di cogliere. La musica di Brahms
nasconde nelle sue faticose elaborazioni tematiche un pensiero polifonico,
anche nelle pagine più introverse e cocciute. Un famoso virtuoso
del Novecento, per esempio, rifiutava di eseguire il Concerto per violino
e orchestra perché sosteneva che in tutta la partitura c´era
una sola melodia, e la cantava l´oboe. Aveva ragione lui, dal punto
di vista della musica sentimentale alla Cajkovskij, ma travisando il senso
della parola canto. In Brahms tutte le linee del contrappunto cantano, come
succede in un corale luterano. Il torso sinfonico di Brahms sembra un blocco
compatto e levigato, visto da lontano, ma è in realtà costituito,
se lo si osserva da vicino, da uno spesso tessuto di voci, in molteplice
relazione tra loro. La forza della sua musica nasce da questa massa di fibra
sonora, che rischia di apparire rigida e fredda, come un tronco di legno,
se l´interprete non è in grado di far vivere con intensa emozione
ciascuna nota e di indicare una direzione precisa a ogni linea secondaria,
facendola sentire una parte del tutto che la circonda. Herreweghe è
cresciuto con questo suono caldo e pastoso nell´anima e riesce a percepire,
anche nelle opere più pensose e importanti, il mondo particolare
da cui veniva Brahms. Nel raggiungere lo scopo, in questa occasione, è
importante anche il contributo di un musicista come Thomas Zehetmair. Il
Concerto rappresentò il tentativo di Brahms di coniugare lo spirito
della sinfonia con le necessità del virtuosismo della sua epoca.
La strada era quella indicata da Schumann con il suo grande Concerto per
pianoforte. Brahms impiegò molti anni a trovare una soluzione all´enigma
posto da Schumann, raccogliendo forse nel suo Concerto domande più
che risposte. Il solista è dunque investito di un ruolo problematico,
in cui il virtuoso deve mettere in discussione senza mezzi termini la propria
identità. Le discussioni con l´ispiratore del Concerto, Joachim,
che pure fu un grande musicista oltre che un maestro del violino, costituiscono
una sorta di autentico psicodramma del rapporto tra autore e interprete.
Zehetmair ha il compito gravoso di incarnare ancora per noi il dramma del
virtuoso ottocentesco, che deve morire in scena davanti ai nostri occhi,
calpestando la propria arte, per dar vita a un mondo nuovo.