di Monica Luccisano
Terre-Psy-Cordes: un nome che evoca terra e psiche strette in un intreccio
perfetto e audace, prodotto della sensibilità consonante. Un simposio
in musica, il quartetto, la quadratura di un cerchio di corde che vibrano.
Ma anche un omaggio alla dea della danza, Terpsichore. Con queste suggestioni
quattro giovani musicisti, formatisi a Ginevra alla scuola di Gábor
Takács Nagy, si sono dati nel 1997 il nome di Quatuor Terpsycordes.
Un italiano, una bulgara, una svizzera e un americano (svizzero d´adozione)
hanno intrecciato le loro ambizioni. Vincitori ai Concorsi Internazionali
di Ginevra, Trapani, Weimar e Graz – questa la piattaforma di lancio –
ora frequentano i festival e le stagioni più importanti d´Europa.
L´incisione per Claves dei tre Quartetti op. 41 di Schumann ha avuto
ottimi esiti: la rivista "Amadeus" l´ha inserita nei "cd
5 stelle". E già esce il secondo cd: tre Quartetti dell´op.
33 di Haydn. Bruno Giuranna ha detto: «L´insieme impeccabile, la
bellezza e la varietà del suono, la fantasia dell´articolazione
e del fraseggio, la maturità musicale e artistica sono qualità
che fanno del Terpsycordes un complesso degno di figurare nelle più
importanti società concertistiche del mondo». L´Associazione
Lingotto Musica, con irrinunciabile vocazione di talent-scout, non si
lascia sfuggire l´occasione di presentarli a Torino. Girolamo Bottiglieri,
primo violino, si fa portavoce del gruppo.
Maestro, c´è una storia dietro la scelta del vostro
nome?
«Al di là del riferimento mitologico vi è la raffigurazione
delle corde (che in francese indica gli archi) come strumento di connessione
tra l´elemento terreno (ter, terre) e quello metafisico (psy, psyché),
entrambi insiti nella natura umana. In filigrana vi si può leggere
il fulcro della nostra scelta estetica: l´esplorazione di tutte
le forme dell´espressione umana (in musica e nell´arte in
genere), dal trascendente (ad esempio l´ispirazione religiosa di
alcuni compositori, la vocazione, la tensione ultraterrena) all´immanente
(la dimensione popolare, propriamente "umana", che è
ben presente in certi autori e in certo repertorio)».
Alla vostra formazione hanno contribuito membri dei Quartetti
Amadeus, Budapest, Hagen, Italiano, Lasalle, Smetana e Via Nova. Quali
sono le esperienze con cui ancora oggi vi confrontate?
«Abbiamo avuto la fortuna di attingere a diverse scuole e di frequentare
grandi personalità del mondo quartettistico. Tutte, per affinità,
per elezione o, anche, per contrasto, hanno contribuito alla nascita e
alla formazione del nostro gusto. Ci sono senz´altro ancora oggi
dei riferimenti (anche molto diversi), maestri che continuiamo a frequentare
e altri, non necessariamente nostri docenti, che hanno influito sulle
nostre inclinazioni musicali e interpretative. Se nell´approccio
a un dato repertorio ci possono essere valori assoluti, resta in noi l´idea
di poter contribuire sempre allo sviluppo di un´esecuzione in senso
filologico: è per questo che da qualche tempo, dopo anni di pratica,
suoniamo anche strumenti d´epoca».
Il programma che presentate è riprova della vostra versatilità:
Schubert, Ligeti, Schumann. Non temete che il ventaglio dei vostri autori
possa provocarvi l´accusa di eclettismo?
«L´eclettismo è la traccia fondamentale della nostra ricerca,
che evita la specializzazione intesa come restrizione del repertorio,
secondo un´idea di continuità ed evoluzione del discorso
musicale. Non vogliamo porre barriere fra manifestazioni artistiche lontane
nel tempo e nello spazio ma legate da una qualche relazione, anche sottile…
Abbiamo fondato un ensemble di musica barocca, La Nouvelle Ménestrandie;
il nostro primo disco presenta tre capolavori del Romanticismo (l´op.
41 di Schumann) e nel nostro palmarès figurano diversi riconoscimenti
per l´interpretazione del repertorio moderno e, infine, siamo sempre
sollecitati dal contemporaneo. Insomma, al di là delle preferenze
personali, non vogliamo precluderci nulla!»