dicembre 2005

riflessioni


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Musica scritta o musica orale?
Le riflessioni di un compositore

di Giulio Castagnoli

Per molto tempo si è creduto che la scrittura musicale fosse sufficiente per tramandare un pensiero musicale; ci si è poi accorti che ciò è vero solo parzialmente, perché comunque un´interpretazione ha bisogno anche d´altro, della voce di un maestro. La scrittura, dunque, da sola non basta, benché proprio l´esistenza o meno della scrittura sia stata (e sia ancora oggi) un carattere distintivo fondamentale per osservare le musiche "altre".
Ancora nell´Ottocento non tutti condividevano la constatazione oggi ovvia che le diverse tradizioni, sviluppatesi qua e là nel mondo nel corso dei millenni, fossero facce differenti di una medesima medaglia. Si leggano al proposito gli opposti giudizi sulla musica d´Oriente di due grandi compositori francesi appartenenti a generazioni successive. Scrive Berlioz nel 1851 a proposito dell´Esposizione Universale di Londra, dopo ironiche descrizioni: «I cinesi e gli indiani avrebbero una musica simile alla nostra, se ne avessero una; ma permangono ancora a questo riguardo nelle tenebre più profonde della barbarie e in un´ignoranza infantile (…); e, in più, gli orientali chiamano musica ciò che noi chiamiamo baccano, e per loro, come per le streghe del Macbeth, l´orribile è il bello». Poco più tardi Debussy: «Ci furono, e ci sono ancora, malgrado i disordini che arreca la civilizzazione, dei popoli che appresero la musica semplicemente come si impara a respirare. Il loro Conservatorio è il ritmo eterno del mare, il vento fra le frasche, e mille altri fruscii che ascoltarono con attenzione (…). Le loro tradizioni non esistono che in antichi canti uniti a danze, a cui ciascuno, secolo su secolo, arrecò il proprio contributo. Ciononostante la musica giavanese osserva un contrappunto a confronto del quale quello di Palestrina non è che un gioco da bambini e, se si ascolta senza partito preso europeo l´incanto delle loro percussioni, si è obbligati a constatare che il nostro non è che un rumore barbaro da circo forense».
Molto lentamente le altre culture sono entrate a pieno titolo nel grande alveo della scrittura musicale, anche grazie a compositori di varia provenienza geografica. Tra di essi il giapponese Toru Takemitsu, che nel 1968 in November Steps colloca strumenti tradizionali (biwa – liuto e shakuhachi – flauto) accanto a un´orchestra occidentale. Per la sua stessa storia, nell´avvicinarsi all´Occidente, il Giappone parte con un certo vantaggio su altre nazioni, come Corea o Cina, che lo seguono a ruota, mentre sul fronte opposto alcuni compositori europei e americani (Olivier Messiaen fra i primi) pubblicano i propri studi sulla musica indiana, dalla quale ricevono fonte di ispirazione per il proprio lavoro.
Anche Giacinto Scelsi (1905-1988) è stato influenzato dalle tradizioni del Subcontinente: fra la sua vasta produzione, che spesso porta titoli in sanscrito (ad esempio la Suite per pianoforte Ka, che vuol dire letizia), i 4 Pezzi per orchestra - ciascuno su una nota sola del 1959, orchestrati per un organico che appare una trasposizione europea della banda rituale buddista. L´opera scelsiana riporta una concezione del suono sviluppata autonomamente dalla nostra a una scrittura che proprio in Europa ha, invece, trovato compimento: il carattere peculiare della musica occidentale risiede proprio nel fatto che il suono scaturisce simultaneamente al segno che lo circoscrive. La chiarezza di pensiero che ne deriva genera architetture sonore di complessità altrove inconcepibili, eppure tenute sempre sotto controllo dagli autori. Solo in pochi – ma fondamentali – casi la nostra tradizione si è aperta al caso e all´aleatorietà: al proposito uno degli esempi più eclatanti è l´operato nella Roma degli anni Sessanta di Nuova Consonanza, il gruppo di compositori (in primis Mario Bertoncini) che hanno approfondito come strumentisti la pratica della libera improvvisazione praticata in modo antitetico rispetto agli schematismi del jazz, che ha condotto alcuni membri del gruppo (come Franco Evangelisti) ad abbandonare la composizione scritta.
Agli inizi del nuovo millennio la nostra tradizione musicale si muove, in bilico, tra due opposti: da un lato la fascinazione del suono ormai libera da vincoli linguistici (si potrebbe dire astratta) ma in dialogo continuo e lucido con una scrittura sempre più attenta; dall´altro una concezione degli oggetti sonori più diretta e meno mediata, riscontrabile oggi in opere per lo più realizzate con l´elettronica, dove la scrittura tende a scomparire. Apollo e Marsia proseguono dunque la loro sfida nella nostra terra della sera.