di Giulio Castagnoli
Per molto tempo si è creduto che la scrittura musicale fosse sufficiente
per tramandare un pensiero musicale; ci si è poi accorti che ciò
è vero solo parzialmente, perché comunque un´interpretazione
ha bisogno anche d´altro, della voce di un maestro. La scrittura,
dunque, da sola non basta, benché proprio l´esistenza o meno
della scrittura sia stata (e sia ancora oggi) un carattere distintivo
fondamentale per osservare le musiche "altre".
Ancora nell´Ottocento non tutti condividevano la constatazione oggi
ovvia che le diverse tradizioni, sviluppatesi qua e là nel mondo
nel corso dei millenni, fossero facce differenti di una medesima medaglia.
Si leggano al proposito gli opposti giudizi sulla musica d´Oriente
di due grandi compositori francesi appartenenti a generazioni successive.
Scrive Berlioz nel 1851 a proposito dell´Esposizione Universale
di Londra, dopo ironiche descrizioni: «I cinesi e gli indiani avrebbero
una musica simile alla nostra, se ne avessero una; ma permangono ancora
a questo riguardo nelle tenebre più profonde della barbarie e in
un´ignoranza infantile (…); e, in più, gli orientali chiamano
musica ciò che noi chiamiamo baccano, e per loro, come per le streghe
del Macbeth, l´orribile è il bello». Poco più tardi
Debussy: «Ci furono, e ci sono ancora, malgrado i disordini che arreca
la civilizzazione, dei popoli che appresero la musica semplicemente come
si impara a respirare. Il loro Conservatorio è il ritmo eterno
del mare, il vento fra le frasche, e mille altri fruscii che ascoltarono
con attenzione (…). Le loro tradizioni non esistono che in antichi canti
uniti a danze, a cui ciascuno, secolo su secolo, arrecò il proprio
contributo. Ciononostante la musica giavanese osserva un contrappunto
a confronto del quale quello di Palestrina non è che un gioco da
bambini e, se si ascolta senza partito preso europeo l´incanto delle
loro percussioni, si è obbligati a constatare che il nostro non
è che un rumore barbaro da circo forense».
Molto lentamente le altre culture sono entrate a pieno titolo nel grande
alveo della scrittura musicale, anche grazie a compositori di varia provenienza
geografica. Tra di essi il giapponese Toru Takemitsu, che nel 1968 in
November Steps colloca strumenti tradizionali (biwa – liuto e shakuhachi
– flauto) accanto a un´orchestra occidentale. Per la sua stessa
storia, nell´avvicinarsi all´Occidente, il Giappone parte
con un certo vantaggio su altre nazioni, come Corea o Cina, che lo seguono
a ruota, mentre sul fronte opposto alcuni compositori europei e americani
(Olivier Messiaen fra i primi) pubblicano i propri studi sulla musica
indiana, dalla quale ricevono fonte di ispirazione per il proprio lavoro.
Anche Giacinto Scelsi (1905-1988) è stato influenzato dalle tradizioni
del Subcontinente: fra la sua vasta produzione, che spesso porta titoli
in sanscrito (ad esempio la Suite per pianoforte Ka, che vuol dire letizia),
i 4 Pezzi per orchestra - ciascuno su una nota sola del 1959, orchestrati
per un organico che appare una trasposizione europea della banda rituale
buddista. L´opera scelsiana riporta una concezione del suono sviluppata
autonomamente dalla nostra a una scrittura che proprio in Europa ha, invece,
trovato compimento: il carattere peculiare della musica occidentale risiede
proprio nel fatto che il suono scaturisce simultaneamente al segno che
lo circoscrive. La chiarezza di pensiero che ne deriva genera architetture
sonore di complessità altrove inconcepibili, eppure tenute sempre
sotto controllo dagli autori. Solo in pochi – ma fondamentali – casi la
nostra tradizione si è aperta al caso e all´aleatorietà:
al proposito uno degli esempi più eclatanti è l´operato
nella Roma degli anni Sessanta di Nuova Consonanza, il gruppo di compositori
(in primis Mario Bertoncini) che hanno approfondito come strumentisti
la pratica della libera improvvisazione praticata in modo antitetico rispetto
agli schematismi del jazz, che ha condotto alcuni membri del gruppo (come
Franco Evangelisti) ad abbandonare la composizione scritta.
Agli inizi del nuovo millennio la nostra tradizione musicale si muove,
in bilico, tra due opposti: da un lato la fascinazione del suono ormai
libera da vincoli linguistici (si potrebbe dire astratta) ma in dialogo
continuo e lucido con una scrittura sempre più attenta; dall´altro
una concezione degli oggetti sonori più diretta e meno mediata,
riscontrabile oggi in opere per lo più realizzate con l´elettronica,
dove la scrittura tende a scomparire. Apollo e Marsia proseguono dunque
la loro sfida nella nostra terra della sera.