Sistema Musica febbraio 2005
orch. sinf. naz rai
  Gershwin & Bernstein
Il ritmo inconfondibile della musica americana
di Gaia Varon

appuntamenti

giovedì 24 feb.ore 20.30
venerdì 25 feb. ore 21
Auditorium Giovanni Agnelli del Lingotto
Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai
George Pehlivanian direttore
Christian Zacharias pianoforte

Chopin
Concerto n. 1 in mi minore per pianoforte e orchestra op. 11

Gershwin
An American in Paris, poema sinfonico

Bernstein
Divertimento per orchestra


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  Il sito ufficiale dedicato a George & Ira Gershwin
  Il sito ufficiale dedicato a Leonard Bernstein
Zacharias«Che cos’è la musica americana? Che cosa fa suonare americana una pagina musicale? Innanzitutto, eccola, della musica americana». Leonard Bernstein si gira, alza la bacchetta e i musicisti della New York Philharmonic attaccano Un americano a Parigi di George Gershwin.
Così si apre uno di quei Young People’s Concerts, rapidamente divenuti celebri e che inventavano un modello di comunicazione della musica, a tutt’oggi ineguagliato. Fra la fine degli anni Cinquanta e i primi anni Settanta Leonard Bernstein arrivava periodicamente all’alba alla Carnegie Hall, provava e riprovava con l’Orchestra e le telecamere della CBS fino alle dodici, quando la sala si riempiva di giovani e giovanissimi spettatori, venuti ad ascoltare la musica ma anche le spiegazioni e le indicazioni, sempre impeccabili, tecniche, profonde nella sostanza, eppure semplicissime nella forma e nel linguaggio, offerte dal talentuoso Bernstein, ogni giorno attorno a un tema, a una domanda solo in apparenza facile.
«Nessuno, qui o dovunque ci ascolti nel mondo, può dubitare che questa sia musica americana», chiosa Bernstein mentre la musica di Gershwin si spegne. «Dappertutto ci si sente il ritmo dell’America. Questa musica ti fa sentire americano».
Eppure c’è un’orchestra che è chiaramente quella della grande tradizione sinfonica europea e che gioca a farci sentire i Champs-Élysées, i cafés del Quartier Latin, addirittura i taxi parigini – per i quali però Gershwin si era dato pena di richiedere le vere trombette d’auto, anzi se le era procurate e portate fin negli Stati Uniti e basta sentirle risuonare in una vecchia registrazione del 1929, con lo stesso Gershwin alla celesta e la direzione di Nathaniel Shikret, per capire che George sapeva quel che faceva.
Stiamo dunque in un gioco di rifrazioni multiple: un ebreo di origini russe, nato e cresciuto a New York negli anni in cui la musica è nera, scrive per un’orchestra europea un brano a programma che racconta una passeggiata per Parigi; e un altro ebreo di origine russa, nato e cresciuto in Massachussets, propone quel brano come esempio inconfondibile di musica americana. E a ragione.
Come lo spiega Bernstein al suo pubblico fanciullo?
Un po’ si impegola, senza del tutto convincere, nel difendere l’esistenza di caratteri nazionali in musica, giustificati dalla presenza, in esplicite citazioni o in riecheggiamenti più o meno volontari, di materiali folclorici di ciascun paese, ovvero le melodie che cantavano lì i nonni e i nonni dei nonni, eccetera. Ma un folclore americano, argomenta poi, non c’è; si fa la conta in sala, ci fossero due che hanno i nonni delle stesse origini.
Il tentativo di pescare nelle musiche dei pellerossa o dei neri, aperto genialmente da Dvorˇák circa un secolo fa, ha prodotto la celebre Sinfonia Dal Nuovo Mondo, che inevitabilmente, e Bernstein lo fa sentire, suona «assai più ceca che americana».
«Perché – dice Bernstein – non si può essere nazionalisti per metodo». A riprova, snocciola frammenti dei compositori americani della generazione immediatamente successiva, seguaci, in un modo o in un altro, della tradizione importata da Dvorˇák, e anche questi suonano più europei o esotici che really made in Usa.
E poi, racconta Bernstein, arriva una nuova generazione, cresciuta assieme a quella musica nuova e inconfondibilmente americana che è il jazz, una musica appena nata che subito esplode e che «è impossibile tenere fuori dalle orecchie». Così Aaron Copland, ma soprattutto Gershwin, finalmente sono veri compositori americani: il jazz, il suo respiro, le sue malinconie, il suo colore, non è oggetto di citazione, gesto forzato o intellettuale. È naturale, è lì, viene assieme.
Allora Gershwin è un compositore di musica jazz? La risposta ovviamente è no, lui stesso negava. Ma forse, e qui Bernstein sembra trovare infine la chiave vera di volta, nella musica di Gershwin il jazz entra, affidato all’orchestra sinfonica di tradizione europea, mescolato a frammenti e materiali parigini e non, con semplicità, con naturalezza. E Bernstein conia lì per lì una definizione intraducibile, manysidedness, l’avere molti lati. Perché l’America ha il patrimonio folclorico più ampio del mondo, che include il mambo e le danze scozzesi, il blues e gli inni. E in questo strano gioco, a cercare di spiegare qualcosa che forse non ha senso come il carattere nazionale delle musiche, Bernstein arriva infine a cogliere qualcosa di profondo e di vero, che si trova in tanta sua musica come in quella di Gershwin: una vitalità che non esclude la malinconia, una leggerezza che non rinuncia all’intensità, una libertà così tale che permette di appropriarsi e lasciarsi possedere senza perciò farsi esaurire.
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