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| Repin affronta il grande freddo
Il capolavoro di Sibelius che faceva orrore a Leibowitz |
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Mettiamola
così: tra le “B” della storia della musica, Jean Sibelius
scelse quelle meno altisonanti: Berlioz, da cui ereditò non tanto
la mano d’orchestratore quanto la fiducia nel suono in sé come
mezzo espressivo; Bruckner, con cui aveva in comune la concezione di una
forma musicale statica, fatta più di ostinate ripetizioni che di
sviluppi; infine Busoni, amico, guida e mentore. Aggiungiamo pure a queste
una quarta “b”, stavolta minuscola, cioè quella di “barbaro
finlandese”, che era il soprannome datogli da Fuchs al Conservatorio
di Vienna, e avremo così riassunto in una formula lo stile di Sibelius
e al tempo stesso i motivi che determinarono le molte riserve – e
i molti pregiudizi – sulla sua statura di compositore.Con il cambio di secolo Sibelius si ritrovò infatti semplicemente dalla parte sbagliata: rimase attaccato al Nazionalismo delle sue saghe finniche, al linguaggio e alle forme della tonalità, quando espressionismo, parodia e dissacrazione stavano spingendo la musica altrove. Così a liquidarlo come filo-nazista pensò nel 1938 Adorno e a sancirne la sua esclusione dalla storia il filo-weberniano Leibowitz, che nel 1951 non esitò a definire Sibelius «le plus mauvais compositeur du monde». A mezzo secolo di distanza, il tempo ha avuto modo di svolgere il suo lavoro di critico e, tanto per dirne una, il Concerto per violino di Sibelius, che quest’anno festeggia il suo centenario, pur essendo il concerto «del peggior compositore del mondo», è oggi un pezzo imprescindibile nel repertorio dello strumento. A proporlo questo mese al pubblico dell’Orchestra Sinfonica della Rai è Vadim Repin che, per continuare con i superlativi, è «simply the best, the most perfect violinist I have ever heard» – ovvero «semplicemente il migliore e più perfetto (sic!) violinista che abbia mai ascoltato» – e questa volta non è Leibowitz a dirlo, ma sir Yehudi Menuhin, di certo non oscurato nei suoi giudizi da ideologie di sorta. Al di là degli eccessi, l’accoppiata Sibelius-Repin è comunque da non perdere. Il Concerto di Sibelius nella storia del genere è infatti un caso un po’ a parte. Nel corso dell’Ottocento il concerto per violino si era sviluppato seguendo all’incirca due traiettorie: quella del lirismo e quella del virtuosismo. Anche quello di Brahms, che è il più sinfonico e denso di pensiero musicale, terminava con una prova di bravura in perfetto stile zigano. Sibelius cerca per quanto possibile di adattare questa forma così carica di tradizione al suo linguaggio aspro, senza fronzoli né maniere, così lontano dalle aperture cantabili e dalla leggerezza con cui il violino era identificato in passato. Il risultato è un’opera unica di estrema concentrazione, in cui il suono del violino per farsi strada nella massa dell’orchestra deve farsi affilato come la chiglia di un rompighiaccio e in cui non c’è mai un momento di abbandono per il solista, sempre corrucciato, anche nei momenti più lirici ed esteriori. Fu questa estrema serietà a rendere sulle prime il Concerto di difficile presa sul pubblico. Pure il momento virtuosistico per eccellenza, cioè la cadenza, si piega all’imperativo della forma, costituendo l’intero sviluppo del primo movimento. Per cavare qualcosa da una partitura siffatta, pertanto, non basta un violinista dotato di un buon cantabile e di destrezza tecnica: ci vuole un temperamento in grado di resistere a temperature estreme. Non a caso, il più grande interprete della partitura fu l’algido Jascha Heifetz, che grazie alle sue numerose esecuzioni riuscì a rendere popolare quest’opera. Ebbene, se c’è un erede del più che perfetto Heifetz, questo è proprio Vadim Repin. Nato a Novosibirsk, cioè press’a poco alle stesse latitudini artiche in cui Sibelius scrisse il suo unico Concerto, il giovane Repin è uno di quei violinisti al calor bianco, non solo tecnicamente infallibile, ma dotato di quella concentrazione costante e sovrana che è l’unico segreto per venire a capo in modo superlativo di un’opera ostica come quella di Sibelius. (a.b.) |
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