| |
Kim Kashkashian
Il canto dolente
della violista superstar
di Franco Masotti |
|
domenica 20 febbraio |
Una
domenica di musica lieve
Piacevolezza e divertimento sono il denominatore comune
dei brani in programma il 20 febbraio per Domenica Musica, che toccano
trasversalmente tre secoli di musica.
Si pensi alla Sinfonietta in re minore per archi op. 52, uno dei
brani più seducenti di Roussel, che racchiude tratti di originalità
nel sapiente utilizzo delle risorse timbriche degli archi. O a Jean
Françaix che, in posizione appartata rispetto alle sperimentazioni
dei compositori del Novecento, rimane fedele a una scrittura tradizionale,
dotata di disinvoltura melodica e gusto ingenuo, seppur velato di
ironia. (l.b.)
Sermig Arsenale della Pace
ore 11
Domenica Musica
Complesso da camera dell’Orchestra Sinfonica Nazionale della
Rai
Roberto Ranfaldi violino
Carlo Romano oboe
Andrea Corsi fagotto
Musiche di Roussel, Bach, Françaix, Rossini |
|
Cinderella
no more è il titolo di un libro scritto dal grande violista Lionel
Tertis che ben sintetizza quello che era considerato essere il destino piuttosto
ingrato della viola, strumento presente nella quasi totalità delle
compagini orchestrali e cameristiche – contribuisce efficacemente
a ispessirne e arrotondarne il “corpo” sonoro – ma pure
fino a pochi decenni or sono ancora privo di una sua precisa identità
e autorità, e dunque paria o zimbello in orchestra, oggetto di innumerevoli
facezie da parte dei non troppo benevoli colleghi strumentisti. La categoria
dei violisti rappresenta infatti nel sempre frequentato mondo della barzelletta
l’equivalente dei polacchi negli U.S.A. e dei carabinieri in Italia.
Per rendersi conto di quanto ci si possa accanire sul povero violista è
sufficiente effettuare una breve visita al sito www.viola.com,
che riporta impietosamente alcuni dei cosiddetti viola jokes più
gettonati. Un paio di esempi tra tutti (e neppure tra i più perfidi):
«Qual è la differenza tra una viola e una bara?» Risposta:
«Nel caso della bara il morto è dentro»; e ancora: «È
possibile che due violisti suonino intonati?» «Sì, basta
sparare a uno di loro!» In questa atmosfera simpaticamente incoraggiante
i pochi ardimentosi violisti che intendevano elevare il proprio rango esibendosi
in veste solistica potevano attingere a un repertorio che si limitava quasi
esclusivamente alla Sinfonia Concertante K. 364 di Mozart e all’Harold
en Italie di Berlioz. Fortunatamente, nel corso del secolo scorso, il quadro
è mutato, e questo grazie soprattutto ad alcune figure di grandi
concertisti e didatti come il già citato Tertis e lo scozzese William
Primrose (che, tra le altre cose, commissionò a Bartók l’incompiuto
Concerto per viola), fondatore dell’influente scuola americana. Senza
dimenticare Paul Hindemith, eccellente violista a sua volta, che arricchì
il repertorio di oltre 20 composizioni. La riscossa del violista proseguì,
lentamente ma inesorabilmente, grazie a virtuosi come Walter Trampler e
Ernst Wallfish e a ulteriori e significativi ampliamenti del repertorio
a opera di compositori come Walton, Milhaud, Sˇostakovicˇ, Britten,
Bloch. Dedicarsi alla viola non è più così un atto
di deliberato autolesionismo o di esibita bizzarria e con il succedersi
di altre agguerrite generazioni di violisti (o anche di violinisti “bipartisan”
che amano alternare i due strumenti) si è giunti finalmente a Kim
Kashkashian, che si è saputa rapidamente imporre sulle scene concertistiche
internazionali grazie alla tecnica ineccepibile, al suono ricco e particolarmente
dolce ed equilibrato su tutta la gamma, all’intelligenza interpretativa,
e – non da ultimo – a un fiuto infallibile nella scelta delle
collaborazioni, sia a livello compositivo che strumentale. All’affascinante
violista americana di origine armena sono stati infatti dedicati importanti
lavori di compositori come l’ungherese Peter Eötvös, il
georgiano Giya Kancheli, l’armeno Tigran Mansurian, la greca Eleni
Karaindrou; tra i sodalizi artistici citiamo quello con il pianista Robert
Levin, la percussionista Robyn Schulkowsky, il sassofonista norvegese Ian
Garbarek. Dietro a tutto questo non può non esserci che un animo
irrequieto e coraggioso: quello di una vera esploratrice musicale, che ha
arricchito il proprio strumento di nuove sonorità e potenzialità
(anche nel senso dell’innovazione della tecnica esecutiva), senza
concessioni all’onnipresente tendenza al “crossover”.
Kim individua così – parallelamente all’assidua frequentazione
dei “classici” del repertorio, da Schumann a Penderecki –
un proprio percorso, che a partire da Bartók conduce a Mansurian,
passando per Berio. Un terreno fertile dove la musica può affondare
le proprie radici nell’humus del folklore, dell’espressione
popolare e – soprattutto – del canto, alla ricerca di un’unità
forse utopica tra tradizioni e saperi antichi e contemporaneità.
A questo proposito l’incontro con il compositore ligure recentemente
scomparso fu particolarmente rivelatore ed emozionante allorché egli
iniziò a cantarle come intendeva che i suoi pezzi venissero suonati
(forse proprio per ricollegarsi a quella linea di trasmissione orale che
sola garantiva la diffusione del repertorio popolare). In un’altra
sua incisione (Hayren) è possibile udire la voce struggente, non
“bella” e armoniosa ma proprio per questo così vera,
di Tigran Mansurian che intona gli antichi canti armeni raccolti da Komitas
(il Grieg o – se si preferisce – il Bartók della Transcaucasia
cristiana). Sono quegli stessi canti che Kim ha udito, nel corso della sua
infanzia, nella sua casa a Detroit, cantati dal padre, dai nonni, dagli
zii. L’eredità di un paese lontano e sfortunato, che però
ha forgiato la sua identità, contribuendo forse a conferire quell’essenziale
sfumatura dolente e malinconica al canto della sua viola. |