Sistema Musica febbraio 2005
orch. sinf. naz rai
  Kim Kashkashian
Il canto dolente della violista superstar
di Franco Masotti
domenica 20 febbraio
Una domenica di musica lieve
Piacevolezza e divertimento sono il denominatore comune dei brani in programma il 20 febbraio per Domenica Musica, che toccano trasversalmente tre secoli di musica.
Si pensi alla Sinfonietta in re minore per archi op. 52, uno dei brani più seducenti di Roussel, che racchiude tratti di originalità nel sapiente utilizzo delle risorse timbriche degli archi. O a Jean Françaix che, in posizione appartata rispetto alle sperimentazioni dei compositori del Novecento, rimane fedele a una scrittura tradizionale, dotata di disinvoltura melodica e gusto ingenuo, seppur velato di ironia. (l.b.)
Sermig Arsenale della Pace
ore 11
Domenica Musica
Complesso da camera dell’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai
Roberto Ranfaldi violino
Carlo Romano oboe
Andrea Corsi fagotto
Musiche di Roussel, Bach, Françaix, Rossini



NAVIGARE IN MUSICA
  Un sito interamente dedicato alla viola
  Un sito dedicato al violista Paul Hindemith
  Il sito dell'Orchestra Sinfonica Nazionale della RAI
KashkashianCinderella no more è il titolo di un libro scritto dal grande violista Lionel Tertis che ben sintetizza quello che era considerato essere il destino piuttosto ingrato della viola, strumento presente nella quasi totalità delle compagini orchestrali e cameristiche – contribuisce efficacemente a ispessirne e arrotondarne il “corpo” sonoro – ma pure fino a pochi decenni or sono ancora privo di una sua precisa identità e autorità, e dunque paria o zimbello in orchestra, oggetto di innumerevoli facezie da parte dei non troppo benevoli colleghi strumentisti. La categoria dei violisti rappresenta infatti nel sempre frequentato mondo della barzelletta l’equivalente dei polacchi negli U.S.A. e dei carabinieri in Italia. Per rendersi conto di quanto ci si possa accanire sul povero violista è sufficiente effettuare una breve visita al sito www.viola.com, che riporta impietosamente alcuni dei cosiddetti viola jokes più gettonati. Un paio di esempi tra tutti (e neppure tra i più perfidi): «Qual è la differenza tra una viola e una bara?» Risposta: «Nel caso della bara il morto è dentro»; e ancora: «È possibile che due violisti suonino intonati?» «Sì, basta sparare a uno di loro!» In questa atmosfera simpaticamente incoraggiante i pochi ardimentosi violisti che intendevano elevare il proprio rango esibendosi in veste solistica potevano attingere a un repertorio che si limitava quasi esclusivamente alla Sinfonia Concertante K. 364 di Mozart e all’Harold en Italie di Berlioz. Fortunatamente, nel corso del secolo scorso, il quadro è mutato, e questo grazie soprattutto ad alcune figure di grandi concertisti e didatti come il già citato Tertis e lo scozzese William Primrose (che, tra le altre cose, commissionò a Bartók l’incompiuto Concerto per viola), fondatore dell’influente scuola americana. Senza dimenticare Paul Hindemith, eccellente violista a sua volta, che arricchì il repertorio di oltre 20 composizioni. La riscossa del violista proseguì, lentamente ma inesorabilmente, grazie a virtuosi come Walter Trampler e Ernst Wallfish e a ulteriori e significativi ampliamenti del repertorio a opera di compositori come Walton, Milhaud, Sˇostakovicˇ, Britten, Bloch. Dedicarsi alla viola non è più così un atto di deliberato autolesionismo o di esibita bizzarria e con il succedersi di altre agguerrite generazioni di violisti (o anche di violinisti “bipartisan” che amano alternare i due strumenti) si è giunti finalmente a Kim Kashkashian, che si è saputa rapidamente imporre sulle scene concertistiche internazionali grazie alla tecnica ineccepibile, al suono ricco e particolarmente dolce ed equilibrato su tutta la gamma, all’intelligenza interpretativa, e – non da ultimo – a un fiuto infallibile nella scelta delle collaborazioni, sia a livello compositivo che strumentale. All’affascinante violista americana di origine armena sono stati infatti dedicati importanti lavori di compositori come l’ungherese Peter Eötvös, il georgiano Giya Kancheli, l’armeno Tigran Mansurian, la greca Eleni Karaindrou; tra i sodalizi artistici citiamo quello con il pianista Robert Levin, la percussionista Robyn Schulkowsky, il sassofonista norvegese Ian Garbarek. Dietro a tutto questo non può non esserci che un animo irrequieto e coraggioso: quello di una vera esploratrice musicale, che ha arricchito il proprio strumento di nuove sonorità e potenzialità (anche nel senso dell’innovazione della tecnica esecutiva), senza concessioni all’onnipresente tendenza al “crossover”. Kim individua così – parallelamente all’assidua frequentazione dei “classici” del repertorio, da Schumann a Penderecki – un proprio percorso, che a partire da Bartók conduce a Mansurian, passando per Berio. Un terreno fertile dove la musica può affondare le proprie radici nell’humus del folklore, dell’espressione popolare e – soprattutto – del canto, alla ricerca di un’unità forse utopica tra tradizioni e saperi antichi e contemporaneità. A questo proposito l’incontro con il compositore ligure recentemente scomparso fu particolarmente rivelatore ed emozionante allorché egli iniziò a cantarle come intendeva che i suoi pezzi venissero suonati (forse proprio per ricollegarsi a quella linea di trasmissione orale che sola garantiva la diffusione del repertorio popolare). In un’altra sua incisione (Hayren) è possibile udire la voce struggente, non “bella” e armoniosa ma proprio per questo così vera, di Tigran Mansurian che intona gli antichi canti armeni raccolti da Komitas (il Grieg o – se si preferisce – il Bartók della Transcaucasia cristiana). Sono quegli stessi canti che Kim ha udito, nel corso della sua infanzia, nella sua casa a Detroit, cantati dal padre, dai nonni, dagli zii. L’eredità di un paese lontano e sfortunato, che però ha forgiato la sua identità, contribuendo forse a conferire quell’essenziale sfumatura dolente e malinconica al canto della sua viola.
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