Julie Dossavi è francese, originaria del Benin. Nata nel fatidico 1968, androgina e forte, sottile e potente, atletica e sensitiva, porta in scena con fierezza la sua bella testa rasata e la sua agile muscolatura guizzante per una danza urbana, multiculturale, eclettica, che sfugge a qualsiasi etichetta. Già assistente dell’immaginoso cartoonist della danza Philippe Decouflé, ha debuttato con un solo, Go, una decina di anni fa a Parigi all’Usine éphémère, una “fabbrica effimera”, oggi infatti scomparsa come palcoscenico della sperimentazione. Da allora in poi si è distinta, nel panorama della cultura di un corpo nuovo – che si potrebbe tentare di definire come il risultato di una sorta di glocal fusion in progress – per il suo personale e affascinante mix di linguaggi, afro, techno, hip-hop, vogueing, in un costante confronto con percorsi di ricerca musicale up to date, senza limiti geo-stilistici. Prova ne sia che, oltre a danzare all’Olympia per un cantante come Idir, e poi anche per Manu Dibango in occasione del debutto sui teleschermi della rete culturale franco-tedesca ARTE, e ancora per James Germain, Julie Dossavi ha collaborato con Angelique Kidjo per il videoclip Agolo. L’incontro decisivo nel suo percorso d’artista è stato, però, quello con Gérard Gourdot, danzatore e coreografo, fondatore della compagnia Les Géographes, con cui ha lavorato per I Systa, fortunato titolo del 1998.
La danza di Julie è pura, non rinuncia affatto al movimento – come accade oggi a tanti suoi connazionali anti/coreografi – ma al tempo stesso è teatrale, nell’uso di maschere, di oggetti scenici allusivi, di proiezioni video, come nel caso del suo F.I.V.E., che è stato definito un “monologo abitato” da più identità, indossate come personaggi/danze, in cui entrare e uscire tra pathos e ironia. Dopo essersi esibita recentemente in Ciad con Agbazémé, être dans la peau, il suo nuovo lavoro, P.I., cioè Pays, cioè Présentations intimes con cui appare adesso a Torino nel cartellone del Piccolo Regio Laboratorio, segna un’altra tappa della sua esplorazione della complessità del mondo contemporaneo attraverso le armi del corpo, ancestrale e tecnologico, femminile e guerriero, materiale e intellettuale. In P.I. Julie indaga nell’intimità sessuale, spirituale, affettiva, attraverso un viaggio musicale tra Mali, Benin, India e Francia. Suoi compagni di avventura sono Papa Gédéon Diarra, cantante e danzatore del Mali che possiede un ricco repertorio vocale destinato a matrimoni, battesimi e funerali, il compositore e contrabbassista Thomas Baudriller e il percussionista Yvan Talbot.
Dove ci troviamo? In una notte africana? In un garage della banlieu parigina?
In un non luogo, dove i musicisti danzano e i danzatori si fermano a pensare,
ad ascoltare il battito delle mani e del cuore, dove i corpi sciolgono le
anche e il bacino, fluidificano le spalle, dove i piedi rimbalzano al suolo,
dove le gambe e le braccia volano, dove le mani “parlano”, dove
ognuno incorpora “naturalmente” il ritmo, anzi la poliritmia,
come la grande madre Africa da sempre sa fare – solo nel Novecento
gli occidentali si metteranno su questa lunghezza d’onda con un teorico
come Dalcroze e un genio come il Nizˇinskij coreografo del Sacre du
printemps – godendo del respiro della pulsazione universale, senza
razza e senza tempo. Julie Dossavi, artista del corpo, è meravigliosamente
tesa all’ascolto del mondo usando la femminilità, tenera/aggressiva,
come super-potere di trasformazione delle menti, giocando insieme tutte
le sue carte di creatura animale, robotica, etnica, poetica, marziale, astratta,
essenzialmente plurale. |