Ritorna
a Torino dopo circa vent’anni d’assenza il mitico Varietà
del Teatro dei Piccoli di Vittorio Podrecca, lo spettacolo più rappresentato
in assoluto nel corso del Novecento da una medesima compagnia: ottanta e
più anni di repliche nei maggiori teatri del mondo per un numero
sterminato di spettatori. Sulla magia di quelle marionette musicali ebbero
a scrivere parole entusiastiche Gabriele d’Annunzio ed Eleonora Duse,
Hugo von Hofmannsthal e George Bernard Shaw, e ancora Hindemith, Malipiero,
Mascagni, Balilla Pratella e Ferruccio Busoni. Qual era, e qual è
ancora oggi, il segreto di tale successo? È tutto racchiuso nell’idea
di teatro che ha in mente Podrecca. Una concezione di spettacolo già
chiara all’origine dell’avventura quando – era il lontano
1914 – quest’avvocato e fine musicologo decise di innestare
sulla perizia tecnica dei marionettisti di tradizione le nascenti innovazioni
del teatro moderno, vale a dire una cura protoregistica negli allestimenti
e la ricerca di una cifra stilistica dell’immagine. È il trionfo.
Anche perché Podrecca ha antenne sensibilissime e riesce a coinvolgere
nel suo progetto alcuni giovanissimi talenti (e altri meno giovani) che
a citarli oggi equivale a elencare il meglio di un’epoca. Ecco allora
per le scene Depero e Prampolini, Angoletta, Pompei, Cambellotti e Sergio
Tofano; per le musiche Respighi, Casella, Malipiero, Liuzzi, Lualdi, Carabella,
Ferrari Trecate e ancora Béla Bartók e César Cui; mentre
per i testi lavoreranno scrittori come Bistolfi, Cavicchioli, Forzano, Testoni,
Adami e Trilussa. Insomma le marionette di Podrecca rappresentano il più
originale frutto di quel teatro d’arte continuamente inseguito per
tutto il primo Novecento. Non male per dei pezzi di legno attaccati a dei
fili! Ed è proprio al legno e ai fili che Podrecca pensa ossessivamente,
intravvedendo nell’arte della marionetta una sottile fratellanza con
la musica. Le marionette, infatti, sono per lui creature di musica, strumenti
suonati dai marionettisti che pizzicano i fili come se fossero quelli di
un’arpa. È proprio questa levità, fatta sì di
armonia, ma anche di ritmo e di meccanicità, che fa cogliere a Podrecca
le potenzialità umoristiche delle marionette. I fantocci, per quanto
sofisticati siano, non possono essere una pedissequa imitazione e una miniaturizzazione
del reale, ma sono al contrario una lente d’ingrandimento per mettere
a nudo vizi, tic e manie attraverso l’apparente bonomia di un’ironia
dal sapore infantile. Nascono così i grandi successi dei Piccoli
e nascono anche i più mirabolanti numeri di Varietà. Ecco
allora il celeberrimo concerto de Il pianista Piccolowski (parodia dell’altrettanto
celebre virtuoso polacco Paderewsky) e de La grande artista lirica Sinforosa
Strangoloni e poi Il violinista, L’orchestra viennese, La banda d’Affori,
La morte del cigno… numeri che si sono scolpiti nella memoria di
svariate generazioni di spettatori e che hanno segnato uno stile preciso
innervato da una finissima cultura musicale. La memoria di quel grande spettacolo
fortunatamente non è andata perduta, grazie all’intervento
dello Stabile del Friuli-Venezia Giulia, che alla fine degli anni Settanta
acquistò gran parte dei materiali, scritturando i vecchi marionettisti
di Podrecca, per formare una nuova generazione di animatori. Ma è
solo in questi ultimissimi anni che il fenomeno dei Piccoli comincia a essere
studiato nella sua complessità. Ne è uno specchio il volume
Le note dei sogni. I compositori del Teatro dei Piccoli di Vittorio Podrecca
(Edizioni Seb 27), promosso dall’Istituto per i Beni Marionettistici
e il Teatro Popolare, dall’Università di Torino e dal Conservatorio
di Novara, che verrà presentato nel corso delle repliche torinesi. |