Sistema Musica febbraio 2005
unionemusicale
  Shlomo Mintz
Perfezione e malinconia al servizio di Mozart
mercoledì 9 febbraio

Auditorium Giovanni Agnelli del Lingotto ore 21
serie blu, gialla, verde
English Chamber Orchestra
Shlomo Mintz direttore e violino
Mozart
Concerto in re maggiore K. 218
Concerto in la maggiore K. 219
Sinfonia in do maggiore K. 551 (Jupiter)



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  Il sito della English Chamber Orchestra
mintzShlomo Mintz è un nome che incute nel mondo della musica il massimo rispetto, come se il celebre violinista, nato a Mosca nel 1957 ma emigrato in Israele a soli due anni, fosse ormai una sorta di patriarca. Un giovane patriarca, però, dal momento che ancora non ha toccato i cinquant’anni. Più giovani di lui, altri formidabili violinisti come Maxim Vengerov, Vadim Repin, Gil Shaham sono giunti nel frattempo alla ribalta, ma il suo fascino rimane ancora fresco e intatto, come se fosse toccato da una grazia speciale.
Sarà perché calca il palcoscenico fin da ragazzino, quando sbalordiva il pubblico di ogni paese con una musicalità dirompente e una maestria prodigiosa nel maneggiare il violino. Non sono molti i violinisti che hanno avuto l’onore (e il coraggio) di compiere il loro esordio discografico, a soli 17 anni, con i 24 Capricci di Paganini, un’impresa affrontata da un numero di musicisti assai più contenuto di quanto non s’immagini. Era magnifico ascoltare il suono pieno e rotondo di quel giovanotto dal sorriso aperto, con uno strano ciuffo a banana di capelli rossicci, che lo faceva assomigliare a un ussaro lanciato al galoppo nella mischia del virtuosismo trascendentale.
Sarà anche, forse, per il fatto che ha perduto il padre spirituale, l’inimitabile Isaac Stern, il musicista che ha scoperto, guidato e promosso il suo precoce talento. La scomparsa di Stern lo pone in un certo qual modo nella condizione di proseguire il cammino nella musica che il grande maestro ha lasciato incompiuto, sostituendolo nel compito d’incoraggiare nuovi musicisti a portare avanti un tipo di tradizione interpretativa che chiameremo, per comodità, classica.
Col tempo Mintz ha cambiato parecchi aspetti del suo modo di suonare e si è avvicinato decisamente a quella matura saggezza, che costituiva il tratto caratteristico delle suggestive interpretazioni dell’ultimo Stern. Riposte le armi del virtuosismo e resa più calda ed espressiva la voce del suo violino, Mintz ha raccolto il principale precetto del maestro, che indicava sempre come qualità ideale per un solista la capacità di portare il pubblico vicino alla musica, rendere intimo l’ascolto anche nella sala più spaziosa. Detto tra parentesi, a proposito della voce del violino, Mintz alterna in concerto due splendidi strumenti italiani, uno Stradivari del 1719 e un Guarneri del Gesù.
Sempre più spesso Mintz si esibisce sia come solista sia come direttore. In questa circostanza l’occasione è preziosa perché l’English Chamber Orchestra è una compagine speciale, con cui un musicista prova sempre la piacevole sensazione di suonare un concerto solistico come fosse musica da camera. Per le referenze, chiedere a musicisti del calibro di Murray Perahia o di Pinkas Zuckerman, che hanno lavorato parecchio con l’ensemble inglese fondato nel 1960 dal mitico Raymond Leppard.
Che Mintz e la English Chamber s’incontrassero nel nome di Mozart, era forse inevitabile, dopo quanto s’è detto in precedenza. Quale autore avrebbe potuto incarnare meglio l’ideale di Stern, rendere la musica un dialogo vivo e palpitante tra chi suona e chi ascolta? Lo stile mozartiano è un’araba fenice, che molti inseguono e pochi hanno la fortuna d’afferrare. L’Orchestra inglese parla da tanti anni quel linguaggio preciso e raffinato, le cui impalpabili sfumature s’apprendono con una ricerca costante dei molti segreti che la musica di Mozart ha ancora da rivelare all’ascolto moderno.
La carriera di Mintz non è stata costellata soltanto da una progressione ininterrotta di successi. Come ogni autentico artista, anche Mintz ha dovuto superare difficoltà e momenti d’incertezza. Dopo così tanti anni passati al centro della scena e spesi nel mondo competitivo della musica, forse anche lui avrà perduto l’innocenza spavalda dei suoi anni giovanili. Il suo Mozart è un cielo luminoso, ma solcato a tratti da qualche nuvola scura. La bellezza dei due ultimi Concerti per violino, K. 218 e K. 219, non sarebbe veramente pura senza una patina di malinconia, né la perfezione plastica della Sinfonia Jupiter senza un rovello interiore. La grande saggezza di Stern circola ancora per il mondo e sopravvive nel violino di Mintz. (o.b.)
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