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| Un mondo che cambia
Nicola Campogrande |
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Quel «Che cosa ne pensate?» con il quale sono solito chiudere i miei editoriali ha sortito, negli anni, alcuni cenni di risposta. Mai nessuno, però, si era preso la briga di scrivere un intervento appassionato e articolato come quello che l’Assessore Alfieri ci ha inviato. Il che mi fa pensare che questa volta, provando a riflettere sul numero di persone interessate alla musica classica, si sia toccato un punto davvero nevralgico del sistema. E che dunque, evviva!, si possa dialogare seriamente delle cose che ci piacciono e della loro collocazione nel mondo.Naturalmente non sono d’accordo su tutto ciò che Fiorenzo Alfieri annota; ma tra le molte sagge osservazioni che condivido ce n’è una che mi piace in modo particolare: per pensare al mondo che vorremmo, per provare a migliorare la vita personale e collettiva, ci vuole coraggio, e ce ne vuole tanto. Fare l’educatore o l’amministratore è un gesto di coraggio. Ma anche fare il violinista o il direttore di coro non è uno scherzo. E giuro che per fare il compositore, stando tutti i giorni chino sui propri fogli a immaginare una musica per il mondo che viviamo, ci vuole un coraggio da leoni. L’”ottimismo strategico” è dunque un bagaglio comune a chi ha deciso di dedicare la propria vita alla creazione e alla diffusione della cultura, e non è su questo che credo ci si debba confrontare. Penso che il dialogo debba mirare invece alla definizione del campo di battaglia: dove schieriamo le nostre pacifiche armate? Quanti nuovi adepti possiamo trascinare dalla nostra parte? E quanti invece rimarranno invariabilmente fermi sulle loro posizioni, e con valide ragioni? Chi organizza concerti a Torino spiega che non sta avvenendo un ricambio di pubblico; che i giovani non ascoltano musica classica. E il dato trova riscontri in altre città, in altri paesi (“Financial Times”, 2 gennaio 2002, sulla situazione europea: «La musica classica si trova in una crisi profonda perché i suoi strumenti principali sono creazioni del diciottesimo, diciannovesimo e in piccola parte ventesimo secolo, la cui fruizione necessita di condizioni – ad esempio la capacità di concentrazione collettiva dell’audience – che non sono patrimonio delle giovani generazioni». “Chicago Tribune”, 28 ottobre 2001: «I segni premonitori sono evidenti da anni: audience in calo e sempre più composta da persone anziane, posti vuoti, deficit crescenti». “The Independent”, 22 novembre 2001, sulla situazione londinese: «Orchestre che falliscono, una ristretta lista di star che assicurano il tutto esaurito, un nocciolo duro di appassionati composto da persone anziane»). Che cosa accade? Il fenomeno è complesso da valutare ed è, peraltro, in controtendenza rispetto ai dati dell’Istat, che segnalano una crescita degli Italiani di sei anni e più che nei dodici mesi precedenti all’intervista hanno ascoltato almeno una volta un concerto con musica classica (dal 7,1% del 1993 al 9,1% del 2001); anche perché un quarto di quel 9,1% è costituito da giovani che hanno tra i 18 e i 24 anni. Dunque sembrerebbe di poter dire che il contatto con la musica avviene, ma poi non scatta il desiderio di frequentare la vita concertistica. Perché? Il mese scorso tentavo di elencare alcuni motivi. Ne riprendo uno. Poiché le rappresentazioni di sé che il mondo produce aumentano con la vita del pianeta, e poiché non possiamo ricordare e gioire di tutto, a poco a poco, necessariamente, qualche cosa si perde per strada. Mio nonno dopo il liceo conosceva il latino senz’altro molto meglio di me, e mi dispiace non essere in grado di leggere Seneca senza un vocabolario, ma confesso che sentirei la mia percezione della vita più mutilata se non sapessi usare Word o navigare in rete. Con la musica classica sembra accadere la stessa cosa: il mondo in cui le Sinfonie di Beethoven erano considerate un’espressione imprescindibile della nostra cultura – parlo di qualche anno fa, non dell’Ottocento – sembra svaporare a poco a poco, e non perché chi ci governa faccia le scelte sbagliate (il che, peraltro, accade: i tagli al Fondo Unico dello Spettacolo della nuova legge finanziaria saranno dolorosi) ma perché la vita è cambiata e sono cambiate le sue gerarchie, i suoi punti di riferimento. Quell’insieme di valori – la sala da concerto, il teatro lirico, Haydn, Wagner, Muti, Abbado – da parte dei “non adepti” non sembra più considerato imprescindibile, magari sconosciuto ma culturalmente fondamentale. È semplicemente una delle tante espressioni dell’umanità. Vi siete mai chiesti perché la critica musicale è sostanzialmente scomparsa dai giornali senza colpo ferire (mentre quella letteraria ritrova nuovo vigore)? Perché nessuno, al di là del 4-6% di persone che frequentano la vita concertistica, ha avuto l’impressione di smarrire qualcosa di fondamentale. Forse, per quanto sia spiacevole scriverlo, si è infranto il sogno di una musica classica democraticamente diffusa e di massa, un sogno al quale è stato bello credere ma che, evidentemente, non ha portato i frutti sperati. Forse il ricorso di Vico questa volta riporterà Mozart e Stravinskij a pochi fortunati. Per questo, alla fine, continueremo ad abitare nella nostra nicchia dorata. Che cosa ne pensate? |
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