Sistema Musica febbraio 2005
intervento
  Arrendersi o reagire?
di Fiorenzo Alfieri
Il nostro direttore solitamente conclude i suoi editoriali con inviti ai lettori del tipo «Che cosa ve ne pare?», «Siete d’accordo?», «Discutiamone». Non lo ha fatto nell’ultimo, quello dal titolo Perché la musica classica non uscirà dalla nicchia, che si concludeva con un’affermazione piuttosto clamorosa: «Combattiamo per la causa… sapendo di perdere». Non per fare il bastian contrari ma questa volta vorrei essere io a proporre una discussione seria sull’argomento, dal momento che ci troviamo su un giornale che vuole promuovere proprio quel tipo di musica “perdente”.
Di mestiere ho sempre fatto l’educatore e cioè il modificatore dello stato mentale di chi viene affidato alle sue cure. Quindi non mi è consono ragionare in termini del genere: “visto che le cose vanno in un certo modo, non ci resta che prenderne atto e rassegnarci”.
Ma questo rifiuto non è tipico soltanto degli educatori. Il 2005 è il sessantennale della Resistenza. Per vent’anni nel nostro paese le cose andarono in un certo modo. Se tutti gli italiani si fossero convinti che solo perché il Fascismo aveva preso il potere ed era riuscito a far pensare a tanta gente certe cose, allora la democrazia sarebbe stata per sempre un prodotto di nicchia, la Resistenza non ci sarebbe stata e tutt’al più avremmo assistito passivamente all’occupazione del nostro paese da parte di altri conquistatori.
Per tanto tempo mi sono occupato di pubblica amministrazione e specialmente di istruzione, di giovani, adesso di cultura. Si tratta di un mestiere diverso dall’educatore, ma non poi così tanto. In entrambi i casi la domanda che ti viene posta è di individuare quali sono i modi per aiutare i bambini, i giovani ma anche gli adulti a costruirsi conoscenza sul mondo, sulla sua storia, sulle sue prospettive future. Sono mestieri che richiedono coraggio, perché praticandoli non basta registrare l’esistente ma bisogna anche scegliere se l’esistente va bene oppure no e in caso negativo cercare di cambiarlo con tutti gli strumenti e le strategie di cui si è capaci. Sono mestieri che richiedono quello che il fisico Carlo Bernardini definisce “ottimismo strategico”, un ottimismo cioè, molto frequente tra gli scienziati, che si fonda sul principio che se operi concretamente e caparbiamente seguendo una strategia finalizzata al raggiungimento di un risultato di cui sei convinto, prima o poi riuscirai a raggiungerlo.
Questi riferimenti biografici li ho fatti perché sono consapevole che quanto dirò qui di seguito è fortemente influenzato dal mio personale background e quindi può benissimo non corrispondere al pensiero di chi ne ha un altro.
Noi ci troviamo in un momento storico in cui le giovani generazioni e in parte anche le altre fanno fatica ad apprezzare la musica cosiddetta colta. Perciò non la vanno ad ascoltare nelle sale da concerto e non la acquistano per ascoltarla e riascoltarla a casa propria. Siccome si tratta di un dato di fatto funesto, il nostro dovere è quello non di rassegnarci bensì, ricordando i corsi e i ricorsi di Giovan Battista Vico, di costruire un ricorso che non privi fasce sempre più ampie di popolazione degli effetti benefici che potrebbe avere su di loro la consuetudine con il meglio che la storia della musica occidentale ha prodotto.
Mi pare che le motivazioni della sconfitta (che sarebbe non solo temporanea ma ormai irreversibile) citate nell’editoriale possano trovare tutte una risposta. 1) La scostante produzione delle vecchie avanguardie non ha nulla a che fare con il fatto che i giovani si annoino ad ascoltare Mozart. 2) Il fatto che oggi non sia accessibile solo la musica occidentale ma anche quella africana o orientale non è affatto controproducente, anzi: Torino Settembre Musica lo ha capito da tanto tempo e ogni anno il pubblico passa tranquillamente da una cultura all’altra manifestando molto interesse. 3) Ci sono tante orchestre classiche, specialmente di giovani, che si vestono casual, che suonano in qualsiasi luogo le leggi dell’acustica lo permettano, che presentano repertori molto diversi: quando le si fa suonare il pubblico accorre. 4) Sul fatto poi che i minori finanziamenti pubblici alla musica siano conseguenza della caduta del Socialismo non riesco a seguire perché penso a quanto si continua a investire in Germania, in Francia, in Inghilterra, nei paesi scandinavi, negli stessi Stati Uniti, non solo per far funzionare strutture per l’opera lirica e per la musica classica (un intero settore dell’ultima Biennale di Architettura di Venezia era dedicato ai nuovi straordinari spazi per la musica che sono in costruzione nel mondo e c’era veramente da rimanere senza fiato) ma anche per fare in modo che nelle scuole siano attivi cori, bande, gruppi strumentali e che tutti o quasi gli allievi imparino a suonare almeno uno strumento. Eppure in quei paesi il Socialismo reale non c’è mai stato.
A me pare che la motivazione principale della crisi attuale, soprattutto in Italia, sia un’altra, molto più diretta ed evidente. Le orecchie dei nostri giovani sono occupate da altra musica che è diventata un colossale affare economico. Chi fa profitti con quella musica ha tutto l’interesse a promuoverla in ogni modo cercando di occupare tutto lo spazio disponibile. Non è cosa diversa da quanto avviene per gli altri prodotti di largo consumo, a cominciare da quelli alimentari. La scelta di fronte alla quale ci troviamo non è sostanzialmente diversa da quella che ha visto impegnati negli ultimi anni associazioni e gruppi come il nostro “Slow Food” e cioè considerare il mangiare bene come un fenomeno di nicchia oppure intraprendere con coraggio e fantasia una strada che dimostri in modo concreto che il mangiar bene sta all’incrocio tra tanti diversi interessi che possono essere difesi e connessi tra di loro per creare la necessaria massa critica. Certamente non può essere considerata universalmente accettata la strategia di Carlin Petrini, ma fra qualche anno ce lo troveremo insignito del Premio Nobel, il che non ne farebbe esattamente un perdente.
Che fare allora? Innanzitutto essere convinti e far circolare la voce che vivere senza godere e capire la migliore musica che l’umanità abbia prodotto (occidentale o no che sia) è una barbarie, come vivere senza libertà, giustizia, democrazia. Questo è il valore di partenza. Poi bisogna costruire, nel senso di saper trovare le parole per parlarne, la strategia che ci permetterà di essere ottimisti e cioè di credere che diventando operativi qualche risultato si possa ottenere.
Tutti dicono che Torino oggi è la città in maggiore trasformazione non solo in Italia. Forse non tutti sanno che il 29 febbraio 2000, nell’Aula Magna del Politecnico, cinquanta tra i maggiori attori sociali della nostra città firmarono un piano strategico e che oggi sono centoventi i soci di Torino Internazionale, l’associazione che presidia l’attuazione di quel piano e che proprio in queste settimane sta elaborando la seconda edizione che verrà comunemente sottoscritta il prossimo mese di maggio.
Ebbene, la mia proposta è che tutte le realtà che sono interessate alla musica elaborino insieme un piano strategico che abbia come obiettivo primario la ricomposizione, nel nostro territorio, della frattura che si è creata tra i giovani e non solo da una parte e la musica colta dall’altra. Nel piano strategico si dirà in modo chiaro che cosa dovrebbe succedere in famiglia, a scuola, nella comunità urbana affinché un bambino, un giovane, un adulto venga prima alfabetizzato alla musica e poi facilitato a fruirne per tutto il corso della sua vita. Le difficoltà che ben conosciamo non devono inibire la capacità di tracciare il percorso ma devono essere affrontate una a una quando si passerà a individuare le diverse forme di operatività necessarie per trasformare gli obiettivi in fatti concreti. Senza una pianificazione logica, articolata, giustificata, ispirata alle esperienze positive che si fanno nel mondo (che servono come dimostrazione che ciò che si dice è fattibile perché è già stato fatto), è difficile sperare che le diverse componenti del sistema possano contribuire alla causa comune, ognuna secondo le sue competenze e possibilità.
È uscito spontaneamente dalla penna la parola “sistema”. Qui ci troviamo nel giornale che l’Associazione Sistema Musica pubblica ogni mese per comunicare l’offerta complessiva che è reperibile nella nostra città. Ebbene, disponiamo già della “casa” in cui trovarci per elaborare il piano strategico in questione e disponiamo già dello strumento comunicativo per informare tutti gli interessati del lavoro di progettazione che via via sarà prodotto. Come punto di partenza non è male. Che cosa ve ne pare?
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