Il direttore artistico del Concorso Internazionale di Fisarmonica di Castelfidardo, autore del recente saggio La fisarmonica da concerto e il suo repertorio, prova a scrutare l’avvenire concertistico dello strumento.>
Mi
chiedono di ragionare sul tema C’è un futuro per la fisarmonica
in sala da concerto? e, non lo nego, la domanda mi suscita una certa trepidazione.
Non perché io sia pessimista nel rivolgere lo sguardo verso il
futuro ma perché ritengo che il mondo della musica e l’esperienza
concertistica subiranno enormi trasformazioni nei prossimi anni. L’evoluzione
tecnologica cambierà moltissime “pratiche” musicali
e dunque, per esprimere una valutazione sul futuro concertistico dello
strumento fisarmonica, si deve capire quanto i mutamenti che ci si prospettano
influiranno sulla produzione di nuova musica.
La fisarmonica è giovane (il suo brevetto è stato depositato
a Vienna nel maggio 1829) e la sua concezione come strumento da concerto
in ambito colto è ancora più giovane (a partire dal 1960,
con pochi prodromi anteriori). Questo significa che il suo repertorio
è esclusivamente del secondo Novecento: Gubajdulina, Berio, Kagel,
Sciarrino, Denisov, Schnebel, Nordheim, ma anche Françaix, Creston,
Hovhaness, Bentzon, Foss e alcuni altri sono gli autori importanti da
citare. Tuttavia in catalogo ci sono già molti brani solistici,
diversi Concerti con orchestra sinfonica e anche qualche valida composizione
cameristica. Come è arrivata la fisarmonica a tutto questo? Con
la comparsa sul panorama concertistico di “figure chiave”
– il danese Mogens
Ellegaard, Teodoro Anzellotti, Pascal Contet e l’italiano Claudio
Jacomucci – che hanno saputo coinvolgere ed entusiasmare i compositori,
con un perfezionamento notevole nella qualità costruttiva degli
strumenti e con la diffusione degli strumenti con il manuale sinistro
dotato di note singole anziché di bassi e accordi pre-composti
(quelli con cui è semplicissimo fare zum-pà-pà, per
intenderci): i nuovi modelli di fisarmonica da concerto possono costare
anche più di un flauto d’oro di gazzelloniana memoria e hanno
un’estetica garbatissima e austera.
Anche se i risultati conseguiti a livello di prestigio del suo repertorio
sono notevoli, c’è ancora però un gap da recuperare:
quello dato dalla sindrome della novità e della dimostrazione.
Se vi dovesse capitare di avere tra le mani il programma di sala di un
recital per fisarmonica sola, notereste come l’estensore –
chiunque esso sia – porrà l’attenzione sul fatto che
questo strumento entra in un certo ambiente per la prima volta, che c’è
un processo di “nobilitazione” in corso, che Cˇajkovskij,
Giordano, Hindemith, Berg, Prokof’ev e Sˇostakovicˇ lo
avevano “sorprendentemente” preso in considerazione in alcuni
loro lavori, che le composizioni inserite in programma rappresentano punti
di svolta nella storia dello strumento. Se vi dovesse capitare di ascoltare
un fisarmonicista che si propone a un agente o a un’organizzazione
concertistica, osserverete come egli porrà l’accento sulle
capacità dello strumento, sulle sue risorse inesplorate e cercherà
di provocarvi stupore.
Ora, ogni volta che – come in tutte queste situazioni – la
fisarmonica è il fine del fare e non il mezzo per fare musica,
non si costruisce nulla di duraturo e di positivo per lo strumento. La
fisarmonica esisterà in un futuro concertistico solo se nella musica
di domani essa diverrà una esigenza timbrica ed espressiva: per
questo va fatta conoscere ai compositori (senza l’imperativo di
dimostrare alcunché) e sempre per questo non si può far
alcun affidamento sulla musica trascritta da altri strumenti. Considero
le trascrizioni evanescenti (e anche un po’ dannose) quanto, al
contrario, il repertorio di musica da camera fondamentale. L’integrazione
con gli altri strumenti e, di conseguenza, l’opportunità
che la fisarmonica ha di poter arricchire il repertorio degli altri strumenti,
rappresenta l’unica strada che può condurre alla sua presenza
stabile in sala da concerto.
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