La vedova allegra, il mondo celebra un capolavoro
Anna e Danilo, cittadini del fittizio principato del Pontevedro, si ritrovano a Parigi: tra i due in passato c’è stato del tenero, e ora tutti si attendono che l’affascinante diplomatico convoli a nozze con la ricchissima giovane vedova per risollevare le finanze del principato. Prima del lieto fine, però, non mancheranno le lacrime…
Questa storia d’amore non sarà forse delle più avvincenti, ma fu comunque a essa che Franz Lehár s’ispirò per comporre quella che sarebbe diventata l’operetta viennese di maggior successo. Andata in scena per la prima volta il 30 dicembre 1905 a Vienna (e dove altrimenti?), quest’anno La vedova allegra di Franz Lehár compie cent’anni. Le avvincenti vicissitudini di questa giovane dama continuano ad appassionare oggi come allora, e il mondo si prepara a celebrarle: alla Volksoper di Vienna, tempio mondiale dell’operetta, andrà in scena il prossimo giugno un nuovo allestimento dell’operetta sotto la guida del direttore stabile Leopold Hager, che dirigerà anche le due rappresentazioni in forma semiscenica della Volksoper previste per l’inaugurazione di Torino Settembre Musica.
Dulce Pontes, il fado del presente
Un’esibizione
di Dulce Pontes non si limita a essere una proposta riservata ad appassionati
di fado portoghese oppure a neofiti curiosi di ascoltare sonorità
insolite.
Il percorso artistico della cantante lusitana si snoda in un orizzonte
molto più ampio, nel quale trovano spazio innumerevoli stimoli
provenienti dalle tradizioni più eterogenee. Se l’uscita
del disco Lagrimas nel 1993 consacrò infatti Dulce Pontes come
l’interprete più autorevole e coinvolgente di quella tradizione
musicale così viscerale e intrisa di profonda malinconia (la saudade)
chiamata fado, ben presto la cantante portoghese si è mossa verso
nuovi repertori e ha stretto collaborazioni con nuovi musicisti, fra i
quali anche Ennio Morricone, con cui ha registrato un disco nel 2002 spaziando
da sonorità africane fino a interpretazioni rock.
Il suo spettacolo, la cui spina dorsale rimane comunque il repertorio
fado, diventa quindi un appassionato sforzo comunicativo, attraverso gli
stili e i registri vocali più diversi, in modo che, come lei stessa
ha detto, «alla fine della giornata nessuno resti un’isola
impenetrabile». (a.t.)
Perahia, Bach e l’Academy
«Ogni
singola nota deve avere una ragione per esistere. Un capolavoro deve essere
necessario. La grande musica è musica totale». In poche parole
c’è tutto il pensiero e l’estetica musicale di uno
dei più intelligenti e raffinati musicisti d’oggi, quel Murray
Perahia pianista americano che stupì il mondo, quasi un quarto
di secolo fa, con una superba integrale dei Concerti per pianoforte e
orchestra di Mozart che suonò e al tempo stesso diresse. Non ha
perso il gusto del doppio ruolo né l’amore per Mozart, Perahia,
che recentemente ha assunto la guida di un’orchestra nata nel 1959,
per iniziativa di Neville Marriner che riunì gli archi migliori
delle orchestre londinesi nell’antica Chiesa di St. Martin in the
Fields. Con l’omonima Academy, Perahia continua a suonare il repertorio
classico, Mozart ma anche Haydn e Beethoven. L’autore al centro
del loro desiderio di esplorare e ricomprendere è però attualmente
Johann Sebastian Bach e in particolare naturalmente i suoi Concerti per
tastiera e orchestra. Niente cembalo – Perahia dirige ovviamente
dal pianoforte – né strumenti d’epoca. Ma un’intelligenza
e un’attenzione per ciascuna nota, un gusto e una fantasia nell’ornamentazione
capaci di stupire l’ascoltatore facendogli pensare, come se fosse
un pensiero nuovo nato lì per lì, che Bach è “grande
musica”. (g.v.)
Boulez e i Wiener tra tradizione e modernità
Conservazione o innovazione? Il dilemma è da sempre il pungolo di Vienna. Trovarci una soluzione la sua vocazione. È emblematico che i Wiener Philharmoniker, orchestra conservatrice per definizione, si affidino proprio a Pierre Boulez, direttore avanguardista per definizione in virtù d’una vibrante militanza compositiva. Giusto per riproporci una sublime metafora musicale di questa affascinante dialettica. Brahms o Wagner? Così coniugavano il supremo dilemma a fine Ottocento. E c’era chi spendeva il suo genio per forgiare una soluzione. Come il Bruckner della Settima sinfonia, scritta nel 1881-83 proprio mentre Wagner moriva. Un omaggio monumentale al grande maestro, guardando però anche a Beethoven e Schubert. Solo tre settimane nel 1899 ci mette invece un giovane Arnold Schoenberg per elaborare una sintesi geniale della tecnica wagneriana e brahmsiana. Verklärte Nacht: un capolavoro impietosamente stroncato dagli accademici per un accordo di nona rivoltato. (a.c.)
Glass, le tre colonne sonore per Godfrey Reggio
Collaborazioni
celebri fra un regista e un compositore ce ne sono diverse nella storia
del cinema. L’immaginario, per forza di cose, sospinge immediatamente
verso Fellini e Rota, verso Hitchcock e Hermann. Per parlare dei giorni
nostri, si potrebbero citare tranquillamente Lynch e Badalamenti. Una
delle collaborazioni più atipiche e più riuscite, fra immagini e musica,
è senza dubbio però quella fra Godfrey Reggio e Philip Glass. Atipica
soprattutto perché le immagini dei film di Reggio (li chiamiamo film per
comodità) hanno una tale forza e originalità da rappresentare davvero
un caso più unico che raro. E la musica che ha composto Glass per la celebre
trilogia (Koyaanisqatsi, Powaqqatsi e Naqoyqatsi), che, in tre serate,
verrà eseguita integralmente per la prima volta a Torino Settembre Musica,
non ha eguali. Dopo aver visto e aver ascoltato le “affinità elettive”
fra i loro rispettivi lavori, non è più possibile concepire quella musica
senza quelle immagini, e viceversa. (h.f.)
Jazz, una maratona di stelle
Michel
Portal è l’unico musicista in grado di affrontare al contempo
la furia iconoclasta dell’improvvisazione jazzistica e di suonare,
da autentico e impeccabile interprete classico, le pagine di musica colta
(le partiture di Francis Poulenc sono soltanto il primo di tanti esempi
che possono venire in mente). Clarinettista, sassofonista – ma suona
anche il bandoneon – compositore, eminenza grigia del jazz europeo
d’avanguardia, Michel Portal darà il via alla maratona del
17 settembre con il suo Quartetto (special guest la tromba di Flavio Boltro).
Seguirà un “piano solo” dell’americano Eddie
Harris (la sua prima incisione risale alla fine del 1956), che preparerà
il palco a una voce sassofonistica storica, quella di Lee Konitz, che
dal cool jazz di Lennie Tristano & Co. si è proiettato attraverso
la storia del jazz fino ai giorni nostri. Dopo il trio con Roberto Gatto
e Giovanni Tommaso, vale a dire due colonne portanti del jazz italiano
(e non solo), Konitz duetterà con Martial Solal, che, a nostro
avviso, assieme a Paul Bley e Misha Mengelberg, è il più
grande pianista di jazz vivente. (h.f.)
Maazel, la Toscanini e una Russia infuocata
Con
musiche come queste, Lorin Maazel va a nozze. I Quadri da un’esposizione
di Musorgskij (nella versione orchestrale di Ravel) e Shéhérazade
op. 35 di Rimskij-Korsakov sono proprio il genere di partiture che un
direttore come Maazel trangugia come un ovetto fresco. Mettete in mano
a un professionista del suo calibro una fuoriserie rossa e fiammeggiante
qual è l’Orchestra dei russi, specie se messa a punto in
Francia, e lo spettacolo è assicurato. Colori scintillanti, esplosioni
di suono, estasi sublimi e ritmi irresistibili sono garantiti a priori.
I professori della Filarmonica «Toscanini» finiranno invece
con la lingua di fuori, sferzati dall’energia di Maazel a mettere
tutto il loro talento in queste note incrostate di preziosità musicali,
ma i programmi impegnativi sono esperienze indispensabili per un’orchestra
che nutra ambizioni di alto livello. E non c’è dubbio che
la «Toscanini» aspiri a porsi tra le compagini italiane di
maggior rilievo. Se no, perché chiamare come direttore musicale
uno come Maazel? (o.b.)
L’Olimpiade, intrighi di sport e amore dall’antica Grecia
Quattro giovani innamorati, travestimento, svenimento, fallito suicidio, attentato al re, condanna a morte, un fratello e una sorella che arrivano a un passo dall’incesto. Il tutto sullo sfondo aulico dei giochi di Olimpia. Pietro Metastasio congegnò davvero bene il libretto dell’Olimpiade, scritta per il compleanno dell’imperatrice Elisabetta, moglie di Carlo VI e rappresentata per la prima volta a Vienna nei giardini della Favorita il 28 agosto 1733, con le eccellenti note di Antonio Caldara. In Italia L’Olimpiade approdò prima a Genova. Poi fu Vivaldi il più lesto a ghermirsela. La fece rappresentare nella sua Venezia il 17 febbraio 1734 al Teatro Sant’Angelo. Qualche sforbiciata al libretto originale, un’ouverture nervosa, una schidionata di arie squisite, un duetto sublime, una manciata di brevi cori, raffinati recitativi accompagnati, esuberanza, contrasti di colori e timbri… Il risultato? Uno dei melodrammi più riusciti del Prete rosso. (a.c.)
L’Iran a Torino Settembre Musica
Anche
quest’anno terre di confine, per l’anima etnica del Festival,
con una visuale prospettica sulle diverse tracce che quasi trenta secoli
di storia – dai Medi a Ciro, dai Turcomanni alle giubbe rosse inglesi,
dallo Shah a Khomeini – hanno lasciato anche nelle tradizioni musicali
di un crogiolo di popolazioni “iraniane” che però si
chiamano Corassanesi, Curdi, Persiani, oltre che Turkmeni, Azerbaigiani
e Beluci. Musica tributaria di influenze arabe, tzigane, indo-pakistane
e africane che si realizza con strumenti che significativamente sono liuti
che si chiamano setâr e tamburag, vielle rabâb o cetre dal
nome evocativo di benju. Sentiremo così la voce dei bardi, cantori
di epopee come di quasida religiosi che provengono dal Laristan, dal Turkmenistan
e dall’Azerbaigian, ci faremo affascinare dalla musica “di
guarigione”, integrazione tra sciamanesimo e sufismo, dai riti del
Belucistan e dalle rare interpreti femminili di âvâz, il canto
libero della poesia classica. Scopriremo nuovi talenti che hanno appreso
il “repertorio dei dodici modi”, incontreremo la musica colta
che prolunga l’antichissima tradizione del maqâm mediorientale,
e potremo assistere alla rarissima cerimonia Zikr di cui sarà protagonista
una sorta di complesso-assemblea appartenente alla comunità curda
iraniana. Ancora una volta con la collaborazione dei Laboratori di Etnomusicologia
di Ginevra. Ancora una volta da non perdere. (s.b.)
Diamanda Galás,
regina del border-line
Un
piccolo mistero della musica. Diamanda Galás, cantante, pianista, affascinante
performer greco-americana, piace ai dark, piace agli appassionati di jazz,
piace agli amanti di certo rock di matrice underground, piace agli “avanguardisti”,
piace a tutti coloro che sono particolarmente attenti alle musiche border-line,
laddove si toccano e si incrociano tensioni sonore distanti fra loro,
il respiro delle melodie di Ornette Coleman con le poesie di Baudelaire,
le lamentele dell’antico rebetiko con il blues rugginoso di John Lee Hooker.
Senza dimenticare mai l’impegno sociale e politico, sia esso attuale,
in favore della lotta contro l’Aids per esempio, o “storico”, come nel
caso invece di Defixiones, Will and Testament, riflessione sul genocidio
dei popoli armeno e greco anatolico perpetrato dai turchi in Asia Minore,
nel Ponto e in Tracia fra il 1914 e il 1923. Il progetto che presenterà
a Torino, Songs of Exile, racchiude canzoni ispirate a testi di poeti
che hanno vissuto in esilio: dal grandissimo Paul Celan a Cesar Vallejo,
Gerard de Nerval e Henri Michaux. (h.f.)
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