Sistema Musica giugno-luglio 2005
unione musicale
  Grigory Sokolov
Un pianista politicamente scorretto
di Luca Del Fra

mercoledì 1 giugno

Auditorium «Giovanni Agnelli» Lingotto - ore 21
serie blu, gialla, verde
Grigory Sokolov pianoforte
Schubert
Sonata in la maggiore D. 959
Chopin
Improvviso-Fantasia
in do diesis minore
Improvviso in la bemolle maggiore op. 29
Improvviso in fa diesis maggiore op. 36
Improvviso in sol bemolle maggiore op. 51
Notturno in si maggiore op. 62 n. 1
Notturno in mi maggiore op. 62 n. 2
Polacca-Fantasia in la bemolle maggiore op. 61


Avvio della campagna abbonamenti per la stagione 2005-2006 dell’Unione Musicale a partire dalle ore 19 presso
il foyer dell’Auditorium del Lingotto.
A chi sottoscriverà un nuovo abbonamento sarà dato in omaggio un biglietto per il concerto di Grigory Sokolov.

Una foto di Grigory SokolovSe nella musica e in un pianista cercate soprattutto moderne qualità e valori – vale a dire la precisione tecnica, le buone maniere da palcoscenico, una lucidata di prassi musicale e le premure immancabilmente patinate di media e marketing –, il signor Grigory Sokolov non fa per voi, poiché di certo non è un musicista “politicamente corretto”. Una sua Toccata di Bach, ad esempio, è e resta pianistica, ovvero Romantik, come sprezzano i sacristi dell’ortodossia antica. Estraneo al giro delle grandi case discografiche, Sokolov è artista che colpisce a fondo per la sua atipicità. In viaggio oltre alla valigia porta con sé l’antica leggenda di giovane prodigio: nato nel 1950 nella città che a quei tempi si chiamava Leningrado, oggi Pietroburgo, come tutti i bambini a cinque anni moriva dalla voglia di mettere le mani sul pianoforte, ma al contrario della maggioranza a quanto pare azzeccava i tasti, cosa che gli aprì le porte per una allegra infanzia passata curvo sulla tastiera. Subito ammesso a una classe speciale di musica per fanciullini, in poco tempo accedeva al mitico Conservatorio di Leningrado, lì debuttando in pubblico all’età di 12 anni. A 16 ebbe poi la sfrontatezza di iscriversi al Concorso «Cˇajkovskij» di Mosca, il più arduo e prestigioso di tutte le Russie, allora Unione Sovietica. Risultato: si prese il primo premio dalle mani del presidente della giuria Emil Giles, altro grande pianista. Era il 1966. Seguirono alcune tournée in Europa e Stati Uniti, ma occorsero dieci anni prima che l’Occidente si accorgesse di lui. Nondimeno la sua carriera è iniziata lentamente e prima di entrare nel Gotha dei pianisti, per lungo tempo Sokolov è rimasto tra i segreti meglio custoditi dagli appassionati. Uno sguardo al suo repertorio svela scelte obbligate dalla tradizione, abbinate a bizzarri piaceri: una serata dedicata alle Sonate di Beethoven può terminare con numerosi bis tra cui magari una Pavana di William Byrd. La forte attrazione per lo Chopin dei brevi pezzi pianistici, Mazurke, Preludi e così via, lo incoraggia a eseguire la Marcia funebre della Sonata come brano a sé stante. Il suo Prokof’ev non è una selvaggia abluzione nel virtuosismo e rischia sempre di stupire il fatto che la Sonata n. 7 possa essere preceduta dalle Sei danze per pianoforte di Komitas, pseudonimo di Soghomon Soghomonian, monaco, etnomusicologo e compositore armeno. Dal suo paese, Sokolov eredita l’amore per la trascrizione, rivissuto però in chiave personale: alla Sonata BWV 965 di Bach – una rielaborazione di un brano di Reinken per due violini, viola e basso continuo – può affiancare la Ciaccona della Partita n. 2 per violino solo BWV 1004, nella trascrizione pianistica per mano sinistra di Brahms – dunque Bach trascrittore e a sua volta trascritto. Il forte temperamento dei pianisti della scuola russa e il loro magistero tecnico virtuosistico spiegano solo fino a un certo punto lo stile di Sokolov. Interpretando la citata Marcia funebre di Chopin, gli accordi iniziali possono essere grezze macchie appena accennate di colore bruno nell’oscurità di una cripta, più che un lugubre corteo. Del pari il successivo crescendo può raggiungere una veemenza temporalesca da lasciare abbacinato l’ascoltatore. La possente gamma dinamica e cromatica non è però funzionale a sbrilluccichii puramente estetici, anzi viene usata espressivamente. Così l’elasticità ritmica, sconfinante anche in estrema libertà nel fraseggio di certi tempi di danza, ha pochi eguali tra i pianisti di oggi. A tutto ciò Sokolov unisce un’energia non comune, al punto che alla fine dei suoi concerti si ha l’impressione che potrebbe uscire portandosi via il pianoforte sotto braccio. Ma occorre vederlo prima del concerto, camminare avanti e indietro nel retropalco compulsando uno spartito, mentre il pubblico lo attende per svariati minuti nella sala immersa nella semioscurità. In questo gesto di apparente timidezza e in quelle pagine Sokolov non cerca musica, ma la giusta concentrazione per suonare.

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