Robert
King ha all’attivo un centinaio di registrazioni di musica barocca,
tutte realizzate con il King’s Consort, il gruppo che fondò
lui stesso appena ventenne. Da anni, oltre alle esecuzioni con strumenti
d’epoca, si confronta regolarmente con orchestre moderne. Dopo la
fortunata esperienza della stagione passata ritorna alla guida dell’Orchestra
Sinfonica Nazionale della Rai con due concerti dedicati a Bach e Mozart.
Maestro King, ci può ricordare come nacque il King’s Consort?
«È presto detto. Ero ancora studente a Cambridge e sentivo l’urgenza di mettere in pratica quanto mi veniva insegnato. Per fare musica alla mia maniera, mi sono detto, non c’è sistema migliore che fondare un ensemble e dirigerlo. E così ho fatto. Devo dire che sin dall’inizio la qualità delle esecuzioni era veramente alta e questo spiega la fortuna che il mio Consort incontrò immediatamente. Eravamo per lo più studenti di musica antica e a poco a poco si sono aggiunti anche dei professionisti».
Che cosa è cambiato nel mondo della musica barocca da allora, cioè dal 1980?
«Gli esecutori sono molto più bravi, basta ascoltare i giovani che escono dalle accademie: sono tutti preparatissimi. I musicisti possiedono oggi un tale livello di padronanza del loro strumento e della prassi esecutiva, che non è più possibile bluffare. Mentre in passato si potevano spacciare per filologiche esecuzioni semplicemente inadeguate e brutte, questo tipo di frodi oggi è pressoché impossibile».
E nei rapporti con le orchestre moderne?
«Anche lì molto è cambiato: un tempo si era arrivati al paradosso che le orchestre moderne e gli strumentisti non specializzati in musica barocca non si azzardavano nemmeno più a eseguire certe partiture per timore di commettere falsi storici. Ora per fortuna i due mondi hanno incominciato a conoscersi e convivono felicemente: i moderni affrontano il repertorio antico con una maggiore consapevolezza e gli antichi spingono le loro ricerche fino al Romanticismo e all’Ottocento. Il tutto con grandi vantaggi per entrambi».
Lei è un esempio di questo atteggiamento…
«Per quanto sia diventato famoso come specialista di musica antica, io ho sempre diretto anche orchestre con strumenti moderni, al punto che oggi divido il mio anno lavorativo in due: sei mesi ai barocchi, sei mesi agli altri!»
Che reazioni incontra quando si trova davanti a un’orchestra moderna?
«A dire il vero, finora sono sempre state ottime. Mi è capitato addirittura di sentirmi dire che dopo tanti concerti sempre uguali ero riuscito a portare una boccata di aria fresca. Molto spesso i musicisti vorrebbero avere più tempo per approfondire quello che in un solo concerto possono solo intuire. Alla Rai quest’anno sono costretto a cambiare gli strumentisti dell’Orchestra da un concerto all’altro perché vogliono tutti partecipare e, visto l’organico ridotto, siamo costretti a fare due turni. Per me vuol dire del lavoro in più perché devo ricominciare da capo alla seconda settimana, ma la soddisfazione è già grande prima ancora di cominciare».
Che accorgimenti prenderà a Torino per eseguire i Concerti
brandeburghesi?
«Grazie al cielo Bach ha già pensato a tutto, e molti problemi
di equilibrio tra le parti sono già risolti nell’orchestrazione.
Restano però alcuni inconvenienti: le corde degli archi, che non
sono in budello, e alcuni strumenti che sono molto diversi rispetto a
quelli che Bach poteva avere a portata di mano. Un esempio è il
Secondo concerto, dove la tromba deve concertare con altri strumenti solisti.
Il trombino barocco aveva un suono molto più agile e piccolo della
tromba moderna, che tende invece a coprire gli altri solisti; lo si vede
in alcune interpretazioni dove il Concerto è diventato un concerto
per tromba e orchestra! Ecco, in questo caso io farò in modo che
ciò non avvenga. Per quanto riguarda gli archi moderni che sono
più potenti, la soluzione è ridurre il numero degli esecutori:
così, per esempio, nel Quinto concerto il suono del clavicembalo
solista potrà emergere con il giusto rilievo». (a.b.)
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