Sistema Musica giugno-luglio 2005
lingotto musica
  Valery Gergiev
Il russo che guarda all’Occidente
di Stefano Catucci

lunedì 13 giugno

Auditorium «Giovanni Agnelli»
Lingotto ore 20.30
Orchestra del Teatro Mariinskij di San Pietroburgo
Valery Gergiev direttore
Sˇostakovicˇ
Sinfonia n. 1 in fa minore op. 10
Rachmaninov
Sinfonia n. 2 in mi minore op. 27


NAVIGARE IN MUSICA
  Le pagine dedicate all'Orchestra del Teatro Mariinskij di San Pietroburgo

gergievNegli ultimi tempi, Valery Gergiev vola sempre più spesso a New York. Da quando James Levine ha meno tempo da dedicare al Metropolitan, avendo assunto la guida della Boston Symphony Orchestra, tocca proprio a Gergiev fare gli onori di casa nel grande Teatro d’Opera del Lincoln Center. All’inizio, ormai quasi dieci anni fa, si era presentato con qualche titolo del repertorio russo, un biglietto da visita obbligatorio. Poi, qualche mese addietro, il fatto che Gergiev sia salito sul podio del Metropolitan per dirigire la Valchiria di Wagner, vale a dire un autore e un’opera fino a ieri monopolio di Levine, ha innescato molte voci su una possibile successione, o almeno su una collaborazione ancora più intensa di quella che gli garantisce l’incarico di direttore ospite principale, assegnatogli nel 1997, e soprattutto sempre meno confinata a titoli di denominazione slava d’origine controllata. Anche se nel cartellone del prossimo anno il cinquantaduenne direttore è atteso al Metropolitan per Mazeppa di Cˇajkovskij, i suoi impegni sono destinati a occupare una porzione di repertorio sempre più ampia, e sempre meno idiomatica, prospettando così il compimento di un lungo cammino intrapreso da giovanissimo, quando a Gergiev fu chiaro il progetto di fare leva sulle proprie radici, ma per sprovincializzarsi; o, se si vuole, di contare sulla propria esperienza nel repertorio russo per diventare un direttore senza etichette e senza confini.
Valery Gergiev aveva ventiquattro anni quando, nel 1977, vinse a Berlino il Premio Internazionale per la direzione d’orchestra che Herbert von Karajan aveva intitolato a se stesso. Nato a Vladikavkaz, in Ossezia, Gergiev a quel punto aveva già nel suo palmarès la vittoria al Concorso Pansovietico, conseguita l’anno prima, e soprattutto aveva in tasca un invito di Yuri Temirkanov al Teatro Kirov di Leningrado, dove sarebbe diventato suo assistente e avrebbe esordito alla guida di Guerra e pace di Prokof’ev nel 1978. Fu proprio Temirkanov a consigliargli di non disdegnare gli anni di gavetta in patria. Gergiev era un temperamento inquieto, avrebbe forse voluto tentare la via dell’emigrazione, ma Temirkanov lo invitò a consolidare con pazienza la sua frequentazione dell’opera russa, come pure ad accettare la guida stabile dell’Orchestra di Stato d’Armenia, tenuta da Gergiev fra il 1981 e il 1985. Quando l’Orchestra del Teatro Kirov lo sceglie come successore di Temirkanov, nel 1988, l’Unione Sovietica è ormai in piena perestrojka. Gergiev diventa allora una sorta di nuovo e instancabile ambasciatore della musica russa in Europa: guida la sua Orchestra in tournée, dirige opere come Boris Godunov alla Bayerische Staatsoper, debutta a San Francisco con il suo titolo d’esordio, Guerra e pace.
Nel 1992, nella dissolta Unione Sovietica, Leningrado riprende l’antico nome di San Pietroburgo e il Teatro Kirov torna a essere il Teatro Mariinskij. Gergiev ne mantiene la direzione, sapendo che quel posto di prestigio e il suo credito come interprete della tradizione russa non sono che il volano di una carriera destinata a internazionalizzarsi. Quasi tutta la discografia di Gergiev è infatti dedicata ad autori russi: da Rimskij-Korsakov a Sˇostakovicˇ, da Musorgskij a Stravinskij passando per Borodin o per Skrjabin. Ma a partire dalla metà degli anni Novanta – quando debutta al Metropolitan (1993), viene nominato direttore principale dell’Orchestra Filarmonica di Rotterdam (1995), guida per la prima volta i Wiener Philharmoniker (1997), viene invitato a più riprese alla Scala e sul podio dell’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai – Gergiev affronta sempre più spesso autori come Mahler, Wagner, Richard Strauss, risalendo fino a Berlioz. E proprio ascoltando questi autori a noi più familiari si scopre che l’energia straripante, il senso di immedesimazione panica nella partitura, il controllo tecnico assoluto dell’orchestra unito al più visionario abbandono emotivo ci forniscono occhi nuovi per leggere anche quello che ci appare più noto.

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