Negli
ultimi tempi, Valery Gergiev vola sempre più spesso a New York.
Da quando James Levine ha meno tempo da dedicare al Metropolitan, avendo
assunto la guida della Boston Symphony Orchestra, tocca proprio a Gergiev
fare gli onori di casa nel grande Teatro d’Opera del Lincoln Center.
All’inizio, ormai quasi dieci anni fa, si era presentato con qualche
titolo del repertorio russo, un biglietto da visita obbligatorio. Poi,
qualche mese addietro, il fatto che Gergiev sia salito sul podio del Metropolitan
per dirigire la Valchiria di Wagner, vale a dire un autore e un’opera
fino a ieri monopolio di Levine, ha innescato molte voci su una possibile
successione, o almeno su una collaborazione ancora più intensa
di quella che gli garantisce l’incarico di direttore ospite principale,
assegnatogli nel 1997, e soprattutto sempre meno confinata a titoli di
denominazione slava d’origine controllata. Anche se nel cartellone
del prossimo anno il cinquantaduenne direttore è atteso al Metropolitan
per Mazeppa di Cˇajkovskij, i suoi impegni sono destinati a occupare
una porzione di repertorio sempre più ampia, e sempre meno idiomatica,
prospettando così il compimento di un lungo cammino intrapreso
da giovanissimo, quando a Gergiev fu chiaro il progetto di fare leva sulle
proprie radici, ma per sprovincializzarsi; o, se si vuole, di contare
sulla propria esperienza nel repertorio russo per diventare un direttore
senza etichette e senza confini.
Valery Gergiev aveva ventiquattro anni quando, nel 1977, vinse a Berlino
il Premio Internazionale per la direzione d’orchestra che Herbert
von Karajan aveva intitolato a se stesso. Nato a Vladikavkaz, in Ossezia,
Gergiev a quel punto aveva già nel suo palmarès la vittoria
al Concorso Pansovietico, conseguita l’anno prima, e soprattutto
aveva in tasca un invito di Yuri Temirkanov al Teatro Kirov di Leningrado,
dove sarebbe diventato suo assistente e avrebbe esordito alla guida di
Guerra e pace di Prokof’ev nel 1978. Fu proprio Temirkanov a consigliargli
di non disdegnare gli anni di gavetta in patria. Gergiev era un temperamento
inquieto, avrebbe forse voluto tentare la via dell’emigrazione,
ma Temirkanov lo invitò a consolidare con pazienza la sua frequentazione
dell’opera russa, come pure ad accettare la guida stabile dell’Orchestra
di Stato d’Armenia, tenuta da Gergiev fra il 1981 e il 1985. Quando
l’Orchestra del Teatro Kirov lo sceglie come successore di Temirkanov,
nel 1988, l’Unione Sovietica è ormai in piena perestrojka.
Gergiev diventa allora una sorta di nuovo e instancabile ambasciatore
della musica russa in Europa: guida la sua Orchestra in tournée,
dirige opere come Boris Godunov alla Bayerische Staatsoper, debutta a
San Francisco con il suo titolo d’esordio, Guerra e pace.
Nel 1992, nella dissolta Unione Sovietica, Leningrado riprende l’antico
nome di San Pietroburgo e il Teatro Kirov torna a essere il Teatro Mariinskij.
Gergiev ne mantiene la direzione, sapendo che quel posto di prestigio
e il suo credito come interprete della tradizione russa non sono che il
volano di una carriera destinata a internazionalizzarsi. Quasi tutta la
discografia di Gergiev è infatti dedicata ad autori russi: da Rimskij-Korsakov
a Sˇostakovicˇ, da Musorgskij a Stravinskij passando per Borodin
o per Skrjabin. Ma a partire dalla metà degli anni Novanta –
quando debutta al Metropolitan (1993), viene nominato direttore principale
dell’Orchestra Filarmonica di Rotterdam (1995), guida per la prima
volta i Wiener Philharmoniker (1997), viene invitato a più riprese
alla Scala e sul podio dell’Orchestra Sinfonica Nazionale della
Rai – Gergiev affronta sempre più spesso autori come Mahler,
Wagner, Richard Strauss, risalendo fino a Berlioz. E proprio ascoltando
questi autori a noi più familiari si scopre che l’energia
straripante, il senso di immedesimazione panica nella partitura, il controllo
tecnico assoluto dell’orchestra unito al più visionario abbandono
emotivo ci forniscono occhi nuovi per leggere anche quello che ci appare
più noto.
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