«Straordinariamente
ben scritta, estremamente varia, un’opera che mi tocca profondamente,
la più riuscita di Massenet». È Werther, nelle parole
di Alain Guingal, che da vero e proprio specialista ritorna a Massenet
sul podio del Regio.
«Werther è l’opera che ho diretto di più, almeno un centinaio di volte, e ho avuto la fortuna di dirigerla molte volte con Alfredo Kraus come protagonista. Per il tenore è un’opera difficile ed estremamente esigente: chiede resistenza, perché Werther è in scena praticamente dall’inizio alla fine; chiede di essere flessibile, di trovare la morbidezza di voce per scene propriamente intimiste, per poi cambiare radicalmente in altre, dove una certa potenza è necessaria. Insomma è indispensabile una voce sorretta da una tecnica sicura, ma ancora più la finezza interpretativa, la continuità dell’eleganza, la capacità di emanare un’aura particolarissima».
Werther è un eroe malinconico, ma anche discontinuo, pieno di slanci passionali. La concezione dell’opera e la scrittura musicale di Massenet sembrano ruotare completamente attorno al protagonista. È così anche dal podio, un’orchestrazione complessa di cui tenere strette le redini per accompagnare il tenore?
«Senz’altro Massenet ha orchestrato attorno alla voce del tenore, tant’è che quando il ruolo è stato cantato anche da baritoni, trasportando gli acuti un’ottava sotto, era possibile vocalmente ma in teatro non funzionava, l’orchestra copriva la voce. Massenet scriveva con cura, sapendo bene quel che faceva e l’equilibrio fra la voce e l’orchestra è perfetto. Ma anche per il direttore è un’opera difficile, perché Massenet è un compositore delicatissimo: io lo vedo un po’ come un Puccini francese, autore di una musica che si muove continuamente, sempre con un rallentando, un rubato, una musica che deve vivere sempre, piena di dolcezza, di morte ma anche di vivacità. Massenet aveva un senso notevole del colore orchestrale; basti vedere il modo davvero insolito per l’epoca con il quale usa il sax, strumento che il compositore amò subito e comprese come impiegare, tant’è che lo si trova anche in altre opere (in Roi de Lahore, Hérodiade); ma in Werther arriva senza bisogno di esotismi che ne giustifichino il suono inconsueto. La scrittura per gli archi poi è superba: a tratti la trama sonora si assottiglia, diventa cameristica, poi torna a prendere il passo e il peso della musica del grand-opéra, a espandersi fino a una ricchezza armonica e strumentale lussureggiante. È un’opera straordinariamente ben scritta, tutto è minuziosamente annotato in partitura. Non c’è che seguire ciò che è scritto con tanta cura e, come sempre nell’opera, respirare, accompagnare, amare i cantanti».
Werther,
martire della pienezza dell’amore
Morire d’amore o morire per l’amore?
Passa per una finesse d’analisi logica il senso del Werther, l’opera più intensa e coinvolgente di Jules Massenet, drame lyrique elaborato da Edouard Blau, Paul Milliet e Georges Hartmann d’après i goethiani Dolori del giovane Werther. Complemento di fine, ma sì, non di causa! Il suicidio di Werther non è la sconfitta dell’amore, ma la sua apoteosi: un gesto eroico per testimoniare che la plénitude del sentimento è un valore assoluto, da difendere a costo della vita, senza scendere a compromessi.
E allora facciamolo morire dopo il matrimonio dell’amata; diamogli un’alternativa borghese (l’amore della quindicenne Sophie).
Soprattutto facciamo sì che lei capisca il suo errore e che la sua morte non sia invano («Mon âme est pleine de lui!», ammetterà troppo tardi Charlotte).
16 febbraio 1892. All’Hof-Operntheater i viennesi sono i primi ad assistere alla sublime replica d’un musicista francese al Tristano di Wagner. (a.c.)
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