È un anno musicalmente francese per Roberto Alagna: dal Werther al Metropolitan e ora al Regio di Torino, al Faust al Covent Garden passando per il Cyrano de Bergerac e la Carmen. Di certo le sue origini franco-siciliane gli garantiscono il perfetto equilibrio tra sonorità del testo e alta temperatura emotiva. Se il tenore è il centravanti della lirica, Alagna troverebbe infatti posto in qualsiasi nazionale: oltre che per l’indiscussa classe anche per la sua generosità sul palcoscenico.
Da molti considerato l’apice dell’arte di Massenet, proprio Werther trova nella vocalità del suo protagonista stile, eleganza, grande passionalità: «Spesso capita di vedere il personaggio di Werther – esordisce Alagna – in gran tormento sin dalle prime scene: invece credo sia importante afferrare il cambiamento del suo animo. All’inizio è un giovane che fa un inno alla natura e in fondo è anche felice. Incontra Charlotte, s’innamora per la prima volta e da romantico qual è porta i suoi sentimenti fino alle estreme conseguenze».
Il fatto di aver coperto ruoli più drammatici – Manrico in particolare – ha influito in qualche modo nella sua interpretazione di Werther?
«Caruso diceva di aver imparato a cantare facendo Aida: io l’ho interpretata per la prima volta quest’anno e penso che ci si arricchisce ogni volta che si affronta un ruolo nuovo. Ma anche l’allestimento influisce sull’interpretazione: l’anno scorso al Met il Werther era un allestimento di trent’anni prima ripreso in onore di Corelli, e in quel caso la difficoltà era riuscire a esprimere le proprie caratteristiche».
A proposito di regie: nel Faust al Covent Garden lei faceva anche una capriola in aria. Oggi i cantanti d’opera sembrano più disposti alla recitazione.
«È una mia idea che il regista David McVicar ha accettato: serviva a visualizzare come il vecchio Faust pieno di reumatismi ringiovanisse improvvisamente. Con i registi cerco sempre di collaborare perché oggi non è più possibile cantare come si faceva una volta, altrimenti tanto vale fare la versione da concerto».
A pochi mesi da Bohème lei torna al Teatro Regio…
«Perché ho trovato un ambiente professionale e rispettoso degli interpreti, e penso che il Regio diventerà il teatro dove lavorerò di più in Italia. Abbiamo molti progetti in cantiere: nel 2006 ci sarà Manon Lescaut per la quale siamo riusciti a convincere l’attore Jean Reno a curare la regia». (l.d.f.)
Monica Bacelli, Marc Barrard, Nathalie Manfrino
Diploma al Conservatorio di Pescara, il mezzosoprano Monica Bacelli ha cantato sotto un’incredibile sfilza di bacchette, da Alessandrini, Pinnock e Harnoncourt a Chailly, Gergiev, Mehta, Muti, Rattle. Il suo repertorio spazia da Monteverdi fino a Luciano Berio. Nel 2004 a Lisbona la sua Charlotte ha impressionato per finezza psicologica e delicatezza espressiva.
La carriera di Marc Barrard inizia nel 1984 dopo gli studi a Nîmes. Fino al 1997 le sue esperienze tenorili sono in Francia; da allora in poi divengono internazionali. Il suo repertorio è incentrato sul belcanto (Rossini, Donizetti, Bellini), con qualche sortita in direzione Debussy-Honegger-Ibert. Il suo Albert ha già superato il vaglio di Losanna, Trieste, Montecarlo.
Nathalie Manfrino è una splendida novità. Diploma a Parigi e due primi premi nel 2000, debutto nel 2001, ha subito cominciato a incantare per la delicatezza della voce. Il suo repertorio under construction include già una Sophie a St. Etienne nel 2003. (a.c.)
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