Si potrebbe pensare che l’esecuzione di una Messa da Requiem richieda un lavoro interpretativo particolare per un coro avvezzo a partiture operistiche. Il maestro Claudio Marino Moretti, direttore del Coro del Teatro Regio dal settembre del 2002, ritiene invece che il capolavoro sacro di Giuseppe Verdi sia meno distante di quanto si pensi dallo spirito tipicamente “lirico”: «Il compositore emiliano, anche in questa particolare occasione, non abbandona una vocalità molto impostata e caratterizzata da colori estremamente vari e pregnanti, che rende la messa spettacolare, molto visiva».
In che termini si modifica la resa sonora di una composizione sacra nell’ambiente acustico di un teatro?
«Se da un lato il risultato acustico mostra contorni infinitamente più nitidi rispetto alla risonanza suggestiva ma confusa di una chiesa, le caratteristiche strutturali di un teatro non consentono al coro di “abbracciare” materialmente l’orchestra in modo da avere un rapporto più stretto durante l’esecuzione».
Quanto incide nel lavoro interpretativo la concezione della morte espressa nella partitura?
«Bisogna tener conto che questa composizione nasce in un periodo particolarmente tormentato del musicista, durante il quale si pose molte domande in merito al rapporto con il “mistero”. La cosa è ancora più evidente per noi, che abbiamo recentemente lavorato su Ein deutsches Requiem di Brahms. In quell’opera l’accordo maggiore iniziale sembra voler dire “non aver timore del dolore, perché io ti consolerò”, mentre nella pagina verdiana l’entrata del coro, accompagnata dalla prescrizione pppp (più che pianissimo), apre un baratro di dolore nel quale è impossibile evitare di immedesimarsi».
|