Sistema Musica maggio  2005
editoriale
  Juke-box silenziosi
  Nicola CampograndeQuanto conta quello che ascoltiamo fuori, prima di entrare in sala da concerto? Quanto le nostre orecchie e il nostro cuore sono influenzati dai suoni e dai rumori che incontriamo prima di penetrare in un luogo musicale? Secondo me tantissimo. Al punto che una volta l’evento concertistico aveva la funzione di occupare un silenzio della nostra vita, rendendolo eccitante, mentre ora lo stare chiusi all’Auditorium (se riaprirà...), al Conservatorio (quando riaprirà...) o al Regio sta diventando un modo per essere a contatto con meno stimoli sonori rispetto a quelli che ci circondano normalmente. Un concerto, ormai, prima di dare qualche cosa serve innanzitutto a togliere: niente suonerie, niente traffico. Soprattutto: niente musica di sottofondo.
Perché è nel sottofondo che il mondo che non ascolta musica dal vivo si è preso la propria rivalsa: la musica non abita più in luoghi deputati ad ascoltarla: la musica abita ovunque. Certo, è sostanzialmente sempre altra musica, non musica classica. Ma è comunque musica, che invade le nostre orecchie e occupa (un po’) il nostro cervello, anche perché raramente si sceglie di diffondere quella nata per essere ascoltata in sottofondo (esiste, e ha caratteristiche ben precise): di norma si presuppone che qualunque oggetto sonoro possa andare bene per “rallegrare l’ambiente”.
Fino a poco tempo fa c’erano luoghi pubblici nei quali era usuale incontrare musica di sottofondo: al supermercato o in certe stazioni della metropolitana nessuno si stupiva dell’opportunità che aveva di ascoltare un po’ di musica. Anche perché quello era sottofondo costruito ad arte – tecnicamente si chiama muzak. Ora, da qualche tempo, musica varia erroneamente usata per una funzione di sottofondo è penetrata in luoghi prima protetti, luoghi nei quali ci piaceva ascoltare il suono della nostra voce, il rumore degli oggetti che ci circondavano, o semplicemente il silenzio che a tratti ci costringeva a pensare, a guardarci negli occhi, a inventare qualcosa. Sono luoghi ormai violati ed è inutile citarli – l’elenco sarebbe lunghissimo. Mi preme però segnalare con rammarico la fine del silenzio in un luogo speciale: il ristorante.
Mangiare senza musica di sottofondo sta diventando un privilegio. Le proteste di solito servono a poco. Ma rassegnarsi mi pare troppo doloroso. Così mi è venuta in mente questa idea: chiediamo ai cinici ristoratori con sottofondo obbligatorio di venderci un po’ di silenzio. Come usando un juke-box al rovescio. Stabiliscano una tariffa, una percentuale del conto finale: io sarei il primo a pagare qualche euro in più per mangiare tranquillo e poi entrare al Lingotto a sentire musica, quando ne ho voglia. E so che qualche amico fedele mi seguirebbe.
Voi che cosa ne pensate?
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