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| Verdi in chiave popolare
Il trovatore di Fassini, uno spettacolo iper-romantico di Luca Del Fra |
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Anno domini 2001: anno del centenario verdiano; anno di solennità, di festival e di iniziative; anno di polemiche con una critica musicale infervorata – per non dire innervosita – che pencola fra trionfanti peana e stroncature colossali; anno insomma pieno di parole, anche grosse; anno, forse l’ultimo, in cui anche grazie ai cospicui finanziamenti speciali per il “centenario”, la crisi del “sistema lirica” viene vissuta come passeggera o perlomeno recuperabile. Oggi possiamo dirlo: anno da cui non scaturisce una riflessione culturale complessiva sull’eredità di Giuseppe Verdi né sul ruolo del teatro musicale in Italia. Occasione perduta? A Roma in quell’anno verdiano la prima opera del maestro ad andare in scena è Il trovatore, poiché Verdi lo scrisse per la piazza capitolina, dunque occasione da celebrarsi con un nuovo allestimento, che dal 3 marzo arriverà al Regio di Torino. La regia è affidata ad Alberto Fassini, esordio a fianco di Luchino Visconti negli anni Cinquanta, poi in proprio una lunga serie di spettacoli raffinati, intensi ma quasi mai di rottura. In breve, una delle botti di rovere della regia d’opera italiana, lontano dagli estremismi del teatro tedesco. Nell’anno del centenario mettere in scena Il trovatore è nelle parole dello stesso Fassini «una scommessa» che diventa lo stimolo verso una lettura nel solco della tradizione, legata a un Medioevo tenebroso e romantico, ma non priva di spunti innovativi. «Sono convinto che Il trovatore debba essere raccontato con una buona dose di ingenuità – disse allora il regista, spiegando poi così il suo approccio. – Qui lo spettacolo è fortissimo: ci sono il sangue, il fuoco, la vita e la morte. La ricchezza d’elementi mi ha suggerito un allestimento molto colorato e ricco di movimenti». Con la collaborazione di Mauro Carosi e Odette Nicoletti – rispettivamente scene e costumi – la scenografia assiepata di fortezze, mura merlate, conventi e grate di prigione è attualizzata grazie alla stilizzazione di alcuni elementi scenici e a fondali virati su colori carichi, intensi, tra cui spicca naturalmente il rosso. Se certi bastioni rimandano quasi a un Medioevo prossimo venturo, elementi di novità tracimano anche nella recitazione. Già ad apertura di sipario nella scena iniziale del racconto troviamo un’inconsueta soluzione del confronto tra Ferrando e coro. La seconda e la quarta parte sono movimentate da due idee mimico-coreutiche: nel loro accampamento, «un diruto abituro sulle falde di un monte della Biscaglia», zingari discinti si abbandonano alla danza, segno inequivocabile di quella famigerata sensualità gitana così temuta-amata lungo tutto l’Ottocento al punto da ritrovarsi in tante opere e da celebrare la sua apoteosi in Carmen. Come per contrappasso, nella quarta parte a dare il clima al Miserere è una lugubre processione funebre di monaci. Se Eros e Thanatos si fronteggiano sul palcoscenico, ecco la furia delle contese, lo sgomento di Manrico di fronte al racconto di Azucena, la delusione di Leonora mentre il suo promesso sposo abbandona l’altare per correre in aiuto della presunta madre: molti gli elementi della recitazione calibrati sui gesti sedimentati da una tradizione antica, tra cui si stagliava una Azucena particolarmente furente. In definitiva una solida regia proponeva “l’opera romana” di Verdi in chiave popolare e al contempo iper-romantica: elementi che assicurarono allo spettacolo successo di pubblico e rare storture di naso della critica. Risultato niente affatto scontato in quell’anno verdiano, quando non ci si faceva scrupolo a impallinare nomi illustri e mostri sacri. |
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