Dopo Sly di Wolf-Ferrari, che inaugurò la Stagione 2000-2001, Renato Palumbo ritorna al Regio per dirigere uno degli appuntamenti più attesi del cartellone.
Maestro Palumbo, come sarà Il trovatore di Torino?
«Per quanto riguarda l’allestimento, si tratta di una messa in scena astratta, quasi lunare, che mette in risalto il carattere irreale di quest’opera. Per la parte musicale, farò del mio meglio per valorizzare i lati cameristici della partitura. Mi spiego: per me Il trovatore è l’apologia della forma chiusa, un’opera compatta e autonoma in cui le scene sono formalmente compiute in modo chiarissimo. All’interno c’è un mondo di ricercatezze, di novità linguistiche e di allusioni al passato che bisogna far emergere nella concertazione. Poi ovviamente c’è la forza travolgente che anima l’opera; anche questo è un aspetto che il direttore deve saper trasmettere, pur senza trascurare le parti più raffinate».
Insomma dirigere Trovatore è un po’ districarsi tra i contrasti...
«Esatto. In quest’opera tutto è contrasto. A partire dai personaggi che sono scolpiti in modo esemplare, ciascuno perfettamente risolto nel suo carattere e nel suo registro vocale. Qui Verdi si aiuta anche con uno stratagemma puramente musicale: usa le diverse tonalità per designare situazioni e personaggi. È un procedimento che funziona benissimo e contribuisce a creare contorni più netti e stagliati. Non solo: dà all’opera anche un che di arcaico. E questo è un altro dei contrasti del Trovatore, quello tra antico e moderno. Ci sono infatti passi sconvolgenti per la loro audacia e novità (uno per tutti: la prima scena con il racconto di Ferrando e gli interventi del coro), ma allo stesso tempo c’è una patina di ancestrale che avvolge tutto il lavoro. Ci sono passaggi che fanno pensare a vecchie intavolature per liuto, ci sono omaggi alla tradizione belcantistica, insomma c’è ovunque una ricerca della classicità, anche se ci troviamo da subito in un lavoro che è per molti versi temerario e quasi sperimentale».
Un altro contrasto evidente è quello tra l’estrema vitalità dell’opera e il suo senso di morte.
«Sì, Il trovatore rimane comunque un’opera cupa. In gran parte questo è dovuto all’alone di magia che la circonda. Nell’orchestra questo colore è dato da un uso magistrale dei fiati. Si potrebbe definire quest’opera con una formula: forza, più dolcezza, più senso magico, tutto questo è Trovatore. Il difficile poi è rendere la grande varietà delle emozioni».
A proposito di difficoltà, in quale percentuale definirebbe l’apporto del cast e quello dell’orchestra nella riuscita di un’opera come questa?
«Per me Il trovatore è una delle opere più vocali. Perché l’energia racchiusa nella partitura passi al pubblico ci vuole assolutamente una compagnia di cantanti di primo livello, altrimenti non può riuscire. Poi il direttore ha le sue buone responsabilità. Non ultima quella di evitare i cosiddetti “zum-pa-pà”, cioè quel modo di accompagnare che viene fuori da una lettura superficiale delle partiture di Verdi. Quelle letture tanto per intenderci che non rispettano le dinamiche né il carattere della musica scritta e che così tanto hanno pesato nel giudizio sull’orchestra verdiana».
Lei ha debuttato giovanissimo proprio con Trovatore. Che cosa significa ogni volta per lei ritornare a questo lavoro?
«La prima cosa che penso è quanto sono stato idiota a cominciare proprio da lì! Ci sono nel Trovatore una quantità di dettagli che richiedono una maturazione lunga e laboriosa, e se penso che a diciannove anni iniziai la mia carriera proprio con questo osso duro, mi viene male… Comunque, incoscienza a parte, fu un’esperienza entusiasmante e a ogni ripresa di quest’opera ritrovo sempre la stessa gioia e l’emozione che provai all’inizio. Insomma, Il trovatore è un po’ come un vestito che si rinnova ogni volta che viene indossato, anche a seconda dei cantanti con cui si lavora».
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