Alla ricerca di intrecci tra la musica classica e altri generi musicali, la Filarmonica ’900 del Teatro Regio si avvale di un compagno di viaggio d’eccezione come Stefano Bollani, che dopo una breve esperienza nel mondo della musica pop si è affermato nel jazz, diventando nell’arco di pochi anni uno dei talenti italiani più apprezzati a livello internazionale.
Qual è, fin qui, il filo rosso della sua carriera?
«La coerenza del mio percorso consiste semplicemente nell’aver seguito il mio gusto personale, nel tentativo di fare buona musica con schiettezza».
Come si trova un musicista jazz a lavorare con un’orchestra classica?
«È una grande soddisfazione! Io ho una formazione classica e per me è un sogno poter suonare, tanto più come solista, con un’orchestra. Mi è già successo per un disco [Concertone, n.d.r.] che ho realizzato con l’Orchestra della Toscana. Però in quel caso si trattava di musica scritta appositamente per me dal direttore d’orchestra; questa volta invece affrontiamo una pagina ben conosciuta e quindi è tutta un’altra emozione».
Anche in questa occasione si possono trovare spazi per l’improvvisazione?
«In genere non ritengo necessario aggiungere note od orpelli alle pagine classiche. Però nella Rhapsody in Blue mi sento autorizzato a farlo perché ci sono delle sezioni molto libere che possono essere reinterpretate dal pianista. Gershwin stesso riempiva i buchi improvvisando, “rapsodizzando” cadenze che poi sono diventate parte integrante della partitura. Con il mio trio abituale suoneremo Gershwin anche nella prima parte, concentrandoci sulle songs scritte per Broadway».
Come si pone un jazzista davanti al pubblico della classica?
«Il pubblico oggi ha interessi trasversali. Il jazz non è abbastanza commerciale per essere pop e non è considerato abbastanza colto per essere musica classica; quindi siamo abituati a confrontarci con persone molto diverse che ascoltano un po’ di tutto e cercano buona musica. Ultimamente il pubblico del jazz si è allargato soprattutto in direzione del pop ma ho l’impressione che i “pubblici” del jazz e della classica siano ancora un po’ guardinghi l’uno nei confronti dell’altro. Comunque con il repertorio che proponiamo dovremmo riuscire a interessarli entrambi». (l.b.)
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