Sistema Musica marzo 2005
teatro regio
  Benni & Nabokov - Insieme per Lolita
di Francesco Màndica

mercoledì 2 marzo

Piccolo Regio Puccini - ore 21
Piccolo Regio Laboratorio
Danzando Lolita
Omaggio a Nabokov

Ideazione di Stefano Benni
Musiche di Paolo Damiani
Movimenti narranti
di Giorgio Rossi
Stefano Benni voce narrante


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  Il sito ufficiale di Stefano Benni
  Un sito dedicato a Vladimir Nabokov
  Il sito ufficiale del compositore e direttore d'orchestra Paolo Damiani

Un'immagine dal film LolitaDue estremi letterari come Benni e Nabokov si toccano fino a collassare uno nell’altro, raccontando, suonando, danzando Lolita. Lo spettacolo, allestito con le coreografie di Giorgio Rossi e le musiche di Paolo Damiani, rilegge, medita e riflette su uno dei totem sensuali del Novecento: quella Lolita archetipo della bellezza pura, eppure corrotta, contrasto fra passione e ragione in un orizzonte che, se per Stefano Benni è tragicomico, per Nabokov è addirittura epico. Ecco forse il segreto di questa lectio magistralis sul peccato, sul dramma piccolo borghese, che Benni fa con voce accorata, interagendo con il testo dello scrittore di San Pietroburgo, con tre registri diversi, tre alterità, come il trisillabo Lo-li-ta che risuona dalle prime pagine del romanzo. La lettura, la danza e le coreografie, la musica circondano la voce di Benni: scenografia scarna, le sedie pieghevoli di un cinema retrò, lo scrittore è seduto alla scrivania, attorno il tungsteno di fioche lampadine e tre ninfe (lo scrittore russo le avrebbe chiamate nymphets, in tono giocoso) che gli danzano attorno: sono l’incarnazione di Lolita, Dolores e Lo, tutti i nomi dell’insana passione di Benni/Nabokov. E del suo alter ego Giorgio Rossi, che in vestaglia, con passi da sanatorio mentale mima il dramma di un uomo, un professore universitario non più giovane che si innamora di una dodicenne e che pur di averla arriva a sposarne la madre morente. Sullo sfondo di questo cinema abbandonato, dove però ancora cigola il proiettore di Kubrick, Paolo Damiani (contrabbasso), Alessandro Gwis (pianoforte) e Achille Succi (sax alto e clarinetto) intonano una malinconica September Song. È centrale nello spettacolo la scelta del repertorio musicale che perverte anch’esso la scena sonorizzando e interagendo con la parola scritta. Da Kurt Weill fino a Diana, il tormentone commerciale degli anni Cinquanta, che viene strapazzato fino a diventare materia per una improvvisazione totale, tracimando in un grande urlo di free jazz, come se quella cornice pop, quella civettuola ridon-
danza del rock and roll bianco e americano deflagrasse in un movimento sghimbescio, quasi goffo, di disagio creativo. Ma il testo, che diviene testo teatrale solo nel momento in cui è interazione fra i tre elementi, è tutto puntellato di musica acerba, voluttuosa, carnale. Le pause, i “quasi recitativi” sognanti di Benni, stridono con efficacia anche con le tre danzatrici (Aline Nari, Silvia Bugno e Maristella Tanzi) che assediano il palco con quella malizia che ha reso Lolita un fenomeno unico nella letteratura contemporanea, che ha sparigliato le carte come un De Sade, che ha eguagliato il più rovente dei Tropici di Miller. In Danzando Lolita lo spirito nabokoviano è intatto, la sindrome è ancora tenace, lo scandalo ancora puro. Lo scandalo tuttavia romantico degli amori impossibili e illeciti: questo è quello che il narratore Benni riesce a trasmettere, confortato dalla blasfemia dei movimenti scenici e da musiche che dirazzano con facilità. C’è tutta l’inquietudine moderna di un’età dell’oro sulfurea dove il confine fra lecito e illecito si dissolve, dove si può morire come nel mito di Orfeo, romanticamente, voltandosi indietro e finendo sotto una macchina. Ma è soprattutto l’America profonda a essere inquietante, descritta con minuzia in Lolita, come una geografia di motel squallidi, di pensioncine e anfratti, di panini sugosi e caffè nel bicchiere di carta. Prende così senso anche quella quinta teatrale, quel cinema desolato, dove si è consumato il mito americano, dove si consuma il dramma moderno. September Song sembra quietare i fantasmi del palco, Benni scrittore può finalmente sedersi sulla sedia pieghevole, Rossi si mette accanto a lui. La scena si ricompone. Quasi un happy end.

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