Due
estremi letterari come Benni e Nabokov si toccano fino a collassare uno
nell’altro, raccontando, suonando, danzando Lolita. Lo spettacolo,
allestito con le coreografie di Giorgio Rossi e le musiche di Paolo Damiani,
rilegge, medita e riflette su uno dei totem sensuali del Novecento: quella
Lolita archetipo della bellezza pura, eppure corrotta, contrasto fra passione
e ragione in un orizzonte che, se per Stefano Benni è tragicomico,
per Nabokov è addirittura epico. Ecco forse il segreto di questa
lectio magistralis sul peccato, sul dramma piccolo borghese, che Benni
fa con voce accorata, interagendo con il testo dello scrittore di San
Pietroburgo, con tre registri diversi, tre alterità, come il trisillabo
Lo-li-ta che risuona dalle prime pagine del romanzo. La lettura, la danza
e le coreografie, la musica circondano la voce di Benni: scenografia scarna,
le sedie pieghevoli di un cinema retrò, lo scrittore è seduto
alla scrivania, attorno il tungsteno di fioche lampadine e tre ninfe (lo
scrittore russo le avrebbe chiamate nymphets, in tono giocoso) che gli
danzano attorno: sono l’incarnazione di Lolita, Dolores e Lo, tutti
i nomi dell’insana passione di Benni/Nabokov. E del suo alter ego
Giorgio Rossi, che in vestaglia, con passi da sanatorio mentale mima il
dramma di un uomo, un professore universitario non più giovane
che si innamora di una dodicenne e che pur di averla arriva a sposarne
la madre morente. Sullo sfondo di questo cinema abbandonato, dove però
ancora cigola il proiettore di Kubrick, Paolo Damiani (contrabbasso),
Alessandro Gwis (pianoforte) e Achille Succi (sax alto e clarinetto) intonano
una malinconica September Song. È centrale nello spettacolo la
scelta del repertorio musicale che perverte anch’esso la scena sonorizzando
e interagendo con la parola scritta. Da Kurt Weill fino a Diana, il tormentone
commerciale degli anni Cinquanta, che viene strapazzato fino a diventare
materia per una improvvisazione totale, tracimando in un grande urlo di
free jazz, come se quella cornice pop, quella civettuola ridon-
danza del rock and roll bianco e americano deflagrasse in un movimento
sghimbescio, quasi goffo, di disagio creativo. Ma il testo, che diviene
testo teatrale solo nel momento in cui è interazione fra i tre
elementi, è tutto puntellato di musica acerba, voluttuosa, carnale.
Le pause, i “quasi recitativi” sognanti di Benni, stridono
con efficacia anche con le tre danzatrici (Aline Nari, Silvia Bugno e
Maristella Tanzi) che assediano il palco con quella malizia che ha reso
Lolita un fenomeno unico nella letteratura contemporanea, che ha sparigliato
le carte come un De Sade, che ha eguagliato il più rovente dei
Tropici di Miller. In Danzando Lolita lo spirito nabokoviano è
intatto, la sindrome è ancora tenace, lo scandalo ancora puro.
Lo scandalo tuttavia romantico degli amori impossibili e illeciti: questo
è quello che il narratore Benni riesce a trasmettere, confortato
dalla blasfemia dei movimenti scenici e da musiche che dirazzano con facilità.
C’è tutta l’inquietudine moderna di un’età
dell’oro sulfurea dove il confine fra lecito e illecito si dissolve,
dove si può morire come nel mito di Orfeo, romanticamente, voltandosi
indietro e finendo sotto una macchina. Ma è soprattutto l’America
profonda a essere inquietante, descritta con minuzia in Lolita, come una
geografia di motel squallidi, di pensioncine e anfratti, di panini sugosi
e caffè nel bicchiere di carta. Prende così senso anche
quella quinta teatrale, quel cinema desolato, dove si è consumato
il mito americano, dove si consuma il dramma moderno. September Song sembra
quietare i fantasmi del palco, Benni scrittore può finalmente sedersi
sulla sedia pieghevole, Rossi si mette accanto a lui. La scena si ricompone.
Quasi un happy end.
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