La carriera di Mauricio Kagel si è svolta sotto il segno della contaminazione teatrale, del gesto, talvolta clamoroso, che rielabora ogni materia in una dimensione spettacolare come nel celebre Variété circense per funamboli e musicisti (1977), della performance su materiali che si prestano via via a diverso uso e differente destinazione, con un continuo gioco manipolatorio di citazioni, riconoscibili, camuffate e talvolta esplicitamente parodistiche. Di ciò sono esempio il film Ludwig van del 1970, Unguis incarnatus est (1972) che ricamava con temi lisztiani oppure Fürst Igor (1982), resa dei conti con Stravinskij o ancora lo zigzagante flauto di Papageno destinato a mutare radicalmente di segno e senso in Pan per ottavino e quartetto d’archi del 1985. Il tradimento orale per tre recitanti e sette strumentisti, presentato in questa fortunata versione per la regia e l’interpretazione di Carlo Cecchi, la direzione di Sandro Gorli e nella traduzione di Nanni Balestrini, è uno dei capitoli più felici della recente produzione scenica del musicista e, dopo la prima nel 1983, il lavoro è poi diventato nel 1987 anche un radioplay. Kagel stabilisce drasticamente ambito e percorso annunciando, nel momento di un generale ritorno alla fede in Occidente, una provocatoria “epica sul diavolo”, laddove le gesta del Maligno e il loro impatto sulla realtà sono illustrati a partire dalle ricerche pluridecennali di Claude Seignolle. Allievo di un antropologo del calibro di Arnold van Gennep, lo scrittore è sempre stato infatti decisamente votato ai territori del fantastico, anche come autore di peculiari romanzi che esplorano il lato oscuro di luoghi noti (basti citare qui La Nuit des Halles, in cui l’antico mercato diventa palcoscenico di inquietanti apparizioni, recentemente trasformato in pièce dalla compagnia 3 Volets), suscitando un vero e proprio culto in Francia. Nell’Evangiles du diable (1964), libro che è alla base de Il tradimento, egli riassume credenze popolari sulle gesta del demonio, proponendo una sorta di storia parallela dell’umanità. Il titolo scelto dal compositore gioca d’altra parte con un doppio senso tra tradizione e tradimento in chiave più ampia, anche per metafora, alludendo talvolta, secondo alcuni esegeti, anche alle cronache musicali del dopoguerra, di cui è stato protagonista, in una moltiplicazione di indizi e deviazioni. Il verbo, con le sue ambiguità, resta centrale in questa fase della sua opera, come egli ha drasticamente dichiarato nel suo notevole Parole sulla musica (edito in Italia da Quodlibet nel 2000): «La musica e l’arte non bastano a se stesse se arrivano a scardinare il sistema di coordinate fondato sulla conoscenza e l’esperienza del ricevente, cosa non rara confrontandosi con il nuovo. In questo caso sorge la necessità di avvalersi anche di parole. L’errore del passato fu credere che la musica non avesse, in quanto arte autonoma, bisogno di un commento esemplificativo; un’illusione che non corrispondeva ai fatti. Entrambe, sia l’arte che la musica, non possono fare a meno della parola...» Kagel, sigla un divertissement filosofico, in cui ricerca culturale e gusto per il paradosso spettacolare vanno di pari passo.
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