Sistema Musica dicembre  2004
lettere al giornale
  LETTERE AL GIORNALE

Caro Direttore,
penso che Riccardo Muti abbia forse letto il “virile” (si può usare questo termine in un contesto squisitamente musicale?) e al contempo lucidissimo intervento del coraggioso Assessore Alfieri. Sono lieto che finalmente un amministratore – e da quel che leggo illuminato e di grande cultura – faccia delle proposte concrete anziché piangersi addosso, come sono abituati a far così bene altri suoi colleghi. […] Occorre che tutti – trasversalmente: che si sia di destra, o di sinistra, o di centro, poco importa – si faccia qualcosa per salvare la Musica e i musicisti di questo paese sempre più ingrato con la sua Storia, con il suo Passato, con la sua Memoria culturale. Se penso a quanto i nostri amici stranieri (intellettuali e non) ci invidiano l’Italianità di Monteverdi, Gesualdo, Vivaldi, Pergolesi, Rossini, Donizetti, Bellini, Verdi, Puccini, Respighi, Nono, Pollini, Abbado, Muti, Chailly... mi viene davvero da piangere per come siamo caduti in basso. Non aggiungo altro se non che, come suggerisce l’Assessore Alfieri, dobbiamo scrivere tutti insieme – da domani – questo benedetto piano strategico. Quando cominciamo?
Alessandro Romanelli

Caro Direttore,
[…] il fatto che l’insieme di certi valori (la sala da concerto, il teatro lirico, Haydn, etc…) non siano più “imprescindibili” né rappresentino più un punto di riferimento nella cultura attuale mi sembra spiegabile alla luce di una globale variazione “in calo” della società occidentale, che sta dimostrando una perdita di valori in tutti i campi, da quello politico a quello religioso a quello morale, e quindi anche in quello culturale. Ma non mi sembra che ciò debba stupire più di tanto: la storia di tutte le civiltà ci insegna che le società umane crescono, raggiungono un acme, ci stazionano per un po’ di tempo, indi iniziano l’inevitabile curva discendente. A questo punto di solito arriva un’altra civiltà, perlopiù barbara e incolta, ma più “fresca” e – in moltissimi casi – “affamata” che prende cruentemente ma anche culturalmente il posto di quella precedente ormai consumata: si pensi all’Egitto dei Faraoni, all’antica cultura cinese, all’Impero Romano, alla storia della stessa Chiesa romana. La nostra “vecchia Europa” sta semplicemente percorrendo lo stesso iter storico-culturale: Shakespeare e Goethe, Bach e Beethoven, Mozart e Verdi – per non citare che alcuni “vip”, come si direbbe oggi – rappresentano lo splendore di una cultura che non c’è più, che non è più sentita, che si avvia alla museificazione. Il gusto dei giovani attinge al jazz o ai ritmi afrocubani e pochi “dinosauri” (fra i quali orgogliosamente mi pongo) restano ancorati alle radici di una cultura musicale (e artistica in genere) che procede più o meno lentamente verso la naturale glaciazione. La nostra sfortuna è semplicemente quella di dover assistere a questo graduale disfacimento […].
Nico Castello

Caro Direttore,
le questioni sollevate negli ultimi editoriali hanno un significato profondamente politico. Non a caso ti risponde prontamente con ampiezza e profondità di argomenti l’Assessore alla Cultura di Torino. E questo non perché, come si sarebbe detto qualche anno fa, tutto è politica ma piuttosto perché ciò che sta alla base dei tuoi ragionamenti è il rapporto tra musica e società o, forse più in generale, tra cultura e società. Che è appunto questione interamente politica e tra le più difficili da affrontare in questa stagione.
Provo allora a riassumere ciò che penso.
In questo come in altri settori della vita sociale di oggi l’elemento dominante è la complessità. È tale la molteplicità di interessi, istanze, valori, riferimenti culturali, così massiccia la quantità anche solo di informazioni o dati a disposizione di tutti, che la prima necessità appare non dico ristabilire un ordine (sarebbe presuntuoso e forse velleitario) ma quanto meno tracciare una mappa, darsi la possibilità di orientarsi. E il criterio orientativo non può essere solo quello della domanda.
Allora possiamo dire esplicitamente che se un certo prodotto musicale è “di nicchia” ciò non vuol dire che lo dobbiamo abbandonare al proprio destino. La musica colta passata e contemporanea non si rivolge ai grandi numeri. Da sempre, ad esempio, la musica da camera non attira le masse dei grandi eventi di musica leggera e non. E tuttavia proprio questa peculiarità richiede un maggiore impegno da parte di chi è tenuto a sostenerla e conservarla. Su queste premesse si gioca il ruolo dell’intervento pubblico e la responsabilità della politica, che deve osservare, ascoltare, interpretare, ma poi anche fare delle scelte. Vale la pena allora continuare a parlare di queste cose. Provare a tracciare insieme la mappa attraverso il più elevato numero di contributi possibile. E non sarebbe male se nel confronto che si è aperto sui destini del nostro paese si affrontassero anche questi temi.
Maurizio Basile

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