novembre 2005

le idee


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La musica nel pallone
Quando l´arte e lo sport vanno a braccetto

di Alberto Bosco

Ai tempi dell´Augusteo, l´ex Auditorium romano distrutto dal Duce, il giovane Fedele d´Amico riuscì con un´abile macchinazione a far spostare di un´ora l´inizio dei concerti domenicali. La manovra, descritta in un celebre articolo, si era resa necessaria per via di una fastidiosa circostanza: l´orario dei concerti non permetteva di seguire fino alla fine le partite di calcio; e questo, per uno studente di terza liceo appassionato di musica quanto di calcio, era giustamente inaccettabile.
Nella modernissima Francia di oggi c´è chi ha saputo fare di meglio, offrendo con uno stesso biglietto concerto e partita. L´iniziativa è il frutto di uno sforzo congiunto dell´Orchestre National de Lyon e dell´Olympique Lyonnais. Queste due istituzioni, come si legge nel volantino, «si sono associate per permettere al pubblico di assaporare i piaceri della sala da concerto e quelli dello stadio, di vedere e ascoltare due squadre di fama internazionale». Tradotto: venti euro e uno si porta a casa l´ingresso alla partita e all´Auditorium. Nel ringraziare l´anonimo genio del marketing per l´opportunità, viene da chiedersi quale segreto filo rosso corra tra due manifestazioni così distanti, giacché finora si era visto abbinare musica e cinema, cibo, architettura, teatro e così via, ma musica e calcio, salvo errori, mai.
ONL fa rima con OL (e volendo anche con olè): che l´accoppiata si debba solamente all´assonanza tra i due acronimi? Gettando uno sguardo ai programmi dei concerti interessati, qualche dubbio potrebbe pur nascere. Con quale armamentario di corna e scongiuri un povero tifoso dovrebbe andare ad ascoltarsi Morte e trasfigurazione prima della partita? Che dire poi della Settima di Mahler? Quanti, ormai abituati al golden gol, riuscirebbero a restar seduti per tutti i tempi supplementari previsti dal compositore? Solo uno Schenker e un Biscardi potrebbero poi svelare le affinità tra i contrappunti del Concerto per violino di Berg e gli schemi di un Lione/Tolosa. Più chiaro il perché dei Tiri Burloni di Till Eulenspiegel: indubbia metafora delle papere di un centravanti brocco.
Ora nessuno vorrà negare che il calcio sia più di un semplice gioco. Che si tratti di un fatto culturale, cioè che richieda la conoscenza di un contesto per essere apprezzato, è facilmente dimostrabile. Idem la musica, che non è affatto il «linguaggio universale» che si suol far credere. A distinguerli, però, è quella sottile linea che separa l´arte dal gioco: nella prima l´aspetto propriamente agonistico, quando c´è, è subordinato alle ragioni estetiche, mentre nel secondo accade esattamente il contrario. Per questo, tolto forse qualche loggionista, non si va a concerto con lo stesso spirito con cui si va alla partita; e si ha ancora da vedere quel tifoso che davanti a un contropiede della sua squadra non salti su a dimenarsi, ma rifletta fra sé: «Mmh, proprio come nello sviluppo dell´Eroica…» Il fatto è che quelle particolarità che fanno di calcio e musica sinfonica due manifestazioni di civiltà ben distinte, nell´odierna società dello spettacolo sono ormai accessori ininfluenti. Bel gioco, rispetto delle regole e dell´avversario sono solo sbiaditi ricordi nel mondo del pallone ridotto a impresa; come sempre più lontano è quel modo di intendere la vita umana a cui si rifanno le musiche che ancora adornano i nostri cartelloni.
Così nell´indistinzione generale succede che non facciamo più esperienze, ma assistiamo a eventi. Parola venerata dagli organizzatori che, nel caso specifico, ci invitano infatti a godere della presenza di «due squadre di fama internazionale». Nientemeno. E volendo fare i signori avrebbero potuto offrire nel pacco anche un giretto in Ferrari o un´esibizione di caccia bombardieri: tanto se le uniche parole d´ordine rimaste sono efficienza e spettacolarità, non conta quel che una cosa significa, né con quali mezzi lo faccia, e tanto meno se quel che significa sia di qualche interesse o utilità. Sono idee note, si dirà, già scritte e dibattute quando andavano di moda dolcevita e occhiali in tartaruga; ma ogni tanto è meglio ripetersele, visto che i genî del marketing, cui docilmente affidiamo la gestione delle nostre più intime passioni, non sembrano affatto averle dimenticate.