di Alberto Bosco
Ai tempi dell´Augusteo, l´ex Auditorium romano distrutto
dal Duce, il giovane Fedele d´Amico riuscì con un´abile
macchinazione a far spostare di un´ora l´inizio dei concerti
domenicali. La manovra, descritta in un celebre articolo, si era resa
necessaria per via di una fastidiosa circostanza: l´orario dei concerti
non permetteva di seguire fino alla fine le partite di calcio; e questo,
per uno studente di terza liceo appassionato di musica quanto di calcio,
era giustamente inaccettabile.
Nella modernissima Francia di oggi c´è chi ha saputo fare
di meglio, offrendo con uno stesso biglietto concerto e partita. L´iniziativa
è il frutto di uno sforzo congiunto dell´Orchestre National
de Lyon e dell´Olympique Lyonnais. Queste due istituzioni, come
si legge nel volantino, «si sono associate per permettere al pubblico
di assaporare i piaceri della sala da concerto e quelli dello stadio,
di vedere e ascoltare due squadre di fama internazionale». Tradotto: venti
euro e uno si porta a casa l´ingresso alla partita e all´Auditorium.
Nel ringraziare l´anonimo genio del marketing per l´opportunità,
viene da chiedersi quale segreto filo rosso corra tra due manifestazioni
così distanti, giacché finora si era visto abbinare musica
e cinema, cibo, architettura, teatro e così via, ma musica e calcio,
salvo errori, mai.
ONL fa rima con OL (e volendo anche con olè): che l´accoppiata
si debba solamente all´assonanza tra i due acronimi? Gettando uno
sguardo ai programmi dei concerti interessati, qualche dubbio potrebbe
pur nascere. Con quale armamentario di corna e scongiuri un povero tifoso
dovrebbe andare ad ascoltarsi Morte e trasfigurazione prima della partita?
Che dire poi della Settima di Mahler? Quanti, ormai abituati al golden
gol, riuscirebbero a restar seduti per tutti i tempi supplementari previsti
dal compositore? Solo uno Schenker e un Biscardi potrebbero poi svelare
le affinità tra i contrappunti del Concerto per violino di Berg
e gli schemi di un Lione/Tolosa. Più chiaro il perché dei
Tiri Burloni di Till Eulenspiegel: indubbia metafora delle papere di un
centravanti brocco.
Ora nessuno vorrà negare che il calcio sia più di un semplice
gioco. Che si tratti di un fatto culturale, cioè che richieda la
conoscenza di un contesto per essere apprezzato, è facilmente dimostrabile.
Idem la musica, che non è affatto il «linguaggio universale» che
si suol far credere. A distinguerli, però, è quella sottile
linea che separa l´arte dal gioco: nella prima l´aspetto propriamente
agonistico, quando c´è, è subordinato alle ragioni
estetiche, mentre nel secondo accade esattamente il contrario. Per questo,
tolto forse qualche loggionista, non si va a concerto con lo stesso spirito
con cui si va alla partita; e si ha ancora da vedere quel tifoso che davanti
a un contropiede della sua squadra non salti su a dimenarsi, ma rifletta
fra sé: «Mmh, proprio come nello sviluppo dell´Eroica…» Il
fatto è che quelle particolarità che fanno di calcio e musica
sinfonica due manifestazioni di civiltà ben distinte, nell´odierna
società dello spettacolo sono ormai accessori ininfluenti. Bel
gioco, rispetto delle regole e dell´avversario sono solo sbiaditi
ricordi nel mondo del pallone ridotto a impresa; come sempre più
lontano è quel modo di intendere la vita umana a cui si rifanno
le musiche che ancora adornano i nostri cartelloni.
Così nell´indistinzione generale succede che non facciamo
più esperienze, ma assistiamo a eventi. Parola venerata dagli organizzatori
che, nel caso specifico, ci invitano infatti a godere della presenza di
«due squadre di fama internazionale». Nientemeno. E volendo fare i signori
avrebbero potuto offrire nel pacco anche un giretto in Ferrari o un´esibizione
di caccia bombardieri: tanto se le uniche parole d´ordine rimaste
sono efficienza e spettacolarità, non conta quel che una cosa significa,
né con quali mezzi lo faccia, e tanto meno se quel che significa
sia di qualche interesse o utilità. Sono idee note, si dirà,
già scritte e dibattute quando andavano di moda dolcevita e occhiali
in tartaruga; ma ogni tanto è meglio ripetersele, visto che i genî
del marketing, cui docilmente affidiamo la gestione delle nostre più
intime passioni, non sembrano affatto averle dimenticate.