di Oreste Bossini
La tentazione d´imboccare la scorciatoia giornalistica e affibbiare
a Julia Fischer la comoda etichetta di "nuova Mutter", diciamolo
con franchezza, sarebbe forte. Del resto, le due violiniste hanno in comune
diverse caratteristiche, soprattutto forse quelle più appariscenti.
Anche la Fischer, infatti, possiede la particolare bellezza delle donne
bavaresi, in cui i tratti morbidi si mescolano al segno di un carattere
energico, poco disposto, si suppone, all´indulgenza verso se stessi
e gli altri. Al primo momento, vedendo sul palcoscenico Julia Fischer,
non si sfugge all´impressione di rivedere le prime spettacolari
apparizioni in concerto di Anne Sophie Mutter, con il bel visino serio
e concentrato, per nulla impressionata dal fatto di avere accanto il totem
dei direttori d´orchestra, Herbert von Karajan, attento a non disturbare
con la sua massiccia orchestra il canto puro e limpido del violino.
Simile anche in questo alla famosa collega, inoltre, la Fischer a soli
ventidue anni costituisce una specie di azienda perfettamente organizzata.
Professionista impeccabile, la giovane violinista studia le partiture
direttamente al pianoforte, che suona con grande passione. Il suo repertorio
comprende in pratica tutta la letteratura importante, dal prezioso scrigno
di capolavori del periodo classico e romantico fino alle principali composizioni
del Novecento. Come attrezzo di lavoro possiede un violino di tutto rispetto,
un "Giovan Battista Guadagnini" del 1750, che figura tra i migliori
strumenti a disposizione di un musicista d´oggi. Le stagioni della
Fischer sono piene e laboriose, la ruota della sua vita non si ferma un
minuto. Il tempo vola via tra un concerto e una registrazione discografica,
un aeroplano da prendere e magari qualche ora dedicata al violoncello,
la sua nuova passione, e chi sa cos´altro, visto che non vuol privarsi
proprio di nulla.
Il paragone con la Mutter finisce qui, tuttavia, anche per non diventare
sgradevoli. Non c´è niente di più urtante per un artista
che essere messo a confronto con qualcuno venuto prima di lui. La Fischer
ha tutto il diritto di farsi giudicare per quel che sa esprimere oggi
in modo originale, nell´ambito del repertorio della grande tradizione,
al quale appartiene il Concerto per violino di Brahms.
In questa circostanza la violinista si esibisce con l´Orchestra
Sinfonica della Radio di Berlino, diretta da Marek Janowski, un incontro
per lei non troppo abituale. Anche il Concerto di Brahms è rimasto
finora abbastanza ai margini del suo repertorio, cosa del tutto comprensibile.
Julia Fischer è ancora giovanissima e la pagina di Brahms, monumento
del violinismo del grande Ottocento, richiede suono robusto, respiro lungo
e comprensione profonda della forma musicale. Ascoltare un musicista non
ancora del tutto avvezzo a un pezzo del grande repertorio costituisce
però un vantaggio, per certi versi. Il pubblico forse non incontra
un interprete del tutto maturo e pienamente consapevole, ma in compenso
coglie l´artista nel momento in cui il suo approccio all´opera
è più fresco e spontaneo. Un solo pericolo incombe su una
carriera così brillante: che la giovane violinista soccomba al
kitsch bavarese. Per esempio, la Fischer ha registrato un video delle
Stagioni di Vivaldi con l´Academy of St. Martin in the Fields, in
cui la vediamo animare ciascun concerto in una scenografia, ahimé,
in perfetta simbiosi con la relativa stagione dell´anno. Ecco quindi
i musicisti suonare l´Estate mescolati ai fronzuti rami di una rigogliosa
serra oppure esibirsi nell´Inverno vestiti di tutto punto come perlacei
pinguini ghiacciati. Cara Julia, preservi la sua natura di primadonna
per espressioni più congeniali del suo talento: un giorno considererà
tutto questo un simpatico errore di gioventù.