«Artisti, certo, ma soprattutto persone che sviscerano i sentimenti fino a renderli polvere da soffiare dolcemente in faccia ai disattenti, quasi a volerne destare il torpore». Inseparabili compagni di viaggio, grandi complici. Questo il ruolo insostituibile del jazz e dei suoi grandi interpreti per Rossana Casale. Oltre trent´anni di un percorso artistico in perenne evoluzione, iniziato dalle aule del Conservatorio di Milano e segnato dal sodalizio con i più prestigiosi nomi del jazz italiano. Dal 1989 con Incoerente Jazz al 1994 con Jazz in Me. Da Jacques Brel in Me del 1999, che nel 2001 le è valso il Premio "Donne in Jazz", fino a Strani frutti del 2000 e Billie Holiday in Me del 2004. Un intenso itinerario di ricerca portato avanti puntando soprattutto a "scavare" nell´intimità e nella profondità del sentimento.
Come nasce il suo rapporto privilegiato con il jazz?
«È la musica della mia infanzia, la musica che si ascoltava a casa.
Sono i dischi di mio padre e di mia madre. Tutti i miei ricordi, i miei
segreti e i miei mondi nascosti sono in questa "casa". È
una specie di rifugio. Ogni volta che voglio immergermi in un luogo dove
provare forti emozioni, è là che vado. Il jazz è
così forte per me perché è un luogo di emozioni,
è qualcosa di intimo che ha a che fare con l´affettività».
In un libro da poco edito dal Mulino Davide Sparti sostiene
che l´improvvisazione è l´ingrediente che accomuna
il jazz e la vita odierna. Condivide questa tesi?
«La verità è che siamo tutti messi dentro equazioni
e formule ben precise, che ci viene richiesto di seguire come pecore.
Io combatto in continuazione tutti questi stereotipi. È importante
fare evolvere i propri sensi, saper sentire, vedere, accorgersi della
bellezza delle cose che abbiamo intorno, ascoltare la voce della gente,
i racconti delle persone, i suoni nell´aria. L´improvvisazione
è creatività: se riuscissimo a mettere più creatività
nella nostra vita, probabilmente saremmo molto più felici. Invece,
purtroppo viviamo in un´era di grande infelicità e di grande
paura, proprio perché non coltiviamo dentro di noi il seme della
creatività».
Da un punto di vista più tecnico, il jazz l´ha
aiutata a maturare la sua vocalità?
«Di sicuro il jazz tecnicamente mi ha aiutata tanto. Mi ha insegnato a
condividere. Mi ha insegnato che la musica non si fa da soli, ma insieme
ad altri. Il fatto di lavorare con musicisti molto diversi fra loro mi
ha dato la possibilità di continuare a far muovere la mia personalità,
di prendere informazione dagli altri».
Perché questo omaggio a Billie Holiday?
«Billie per me è come l'amica del cuore a cui ci si rivolge quando
ci si trova di fronte a quei maledetti bivi della vita. Non era una grande
voce. Era un grande megafono di racconti e di emozioni. Il suo modo di
usare la voce era pieno di sentimento, inconsapevole e travolgente. Ci
ha insegnato che il jazz non è solo musica, ma un´espressione
pura di vita e ci ha lasciato in eredità una chiave interpretativa
unica e innovativa: la parola cantata e suonata. Ultimamente, preparando
un nuovo progetto di jazz, mi sono resa conto che stavo scegliendo tutti
brani che aveva interpretato Billie Holiday. Alla fine ho preso il coraggio
di dichiarare questa mia venerazione e amicizia nei suoi confronti».
Quali brani canterà nel concerto di Torino?
«Dai tantissimi brani che Billie Holiday sceglieva di interpretare
ho estrapolato quelli in cui lei canta l´amore, per raccontare un
lato del suo carattere, il suo modo "maledetto" di vivere la
vita, perché i suoi amori sono stati quasi tutti molto sfortunati.
Attraverso l´amore riesco a raccontare un po´ della sua vita
semplicemente cantando. Però con grande ironia, perché Billie
aveva la capacità di ridere molto di se stessa». (a.c.)