ottobre 2005

orchestra sinfonica nazionale della rai


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Sándor Veress
Dribblando l´avanguardia in dialogo con le altre arti

di Alberto Bosco

Sandor Veress

Quando la Storia si mette in testa una cosa, c´è poco da fare. Non resta che aspettare e sperare che i tempi lentamente cambino idea. Così, quando nel secondo dopoguerra sembrava ormai certo che il destino della musica occidentale fosse quello tracciato dalle avanguardie post-weberniane, a quei compositori che per un motivo o per l´altro non si trovavano in sintonia con le poetiche dell´angoscia toccò aspettare. Dovettero mettersi in attesa, non tanto per essere riconosciuti come compositori, quanto per vedersi più semplicemente annoverati tra i contemporanei: un´ideologia senza dubbi sul senso della storia li aveva cioè parcheggiati in una sorta di limbo fuori del tempo, come tante "belle addormentate".
Un bel giorno l´incantesimo si ruppe e l´incubo della crisi del linguaggio finì; in realtà per far posto a un altro incubo dal volto più seducente ma non meno insidioso: quello dell´indistinzione di ogni linguaggio, in cui oggi ancora sguazziamo inconsapevoli.
Delle nostre zone d'ombra, però, lasciamo che si occupino le generazioni future; noi pensiamo invece a occuparci di quelle passate. Visto che, proprio dall'ombra in cui erano stati relegati, si fanno vivi ormai da tempo tanti nomi di compositori in attesa di una più giusta collocazione storica.
Tra questi il nome di Sándor Veress è certo uno dei più autorevoli. Non che Veress si fosse mai trovato a vivere ai margini nel mondo musicale del secolo scorso; anzi, fu sempre coccolato dalle più prestigiose istituzioni e università. Eppure, non si può certo dire che la sua musica sia entrata nel repertorio corrente o che sia ritenuta rappresentativa della sua epoca.
Veress, nato in Transilvania nel 1907 e morto a Berna nel 1992, nella storia della musica ungherese fa parte di una generazione intermedia: quella stretta tra i due giganti fondatori Bartók e Kodály, e i due beniamini delle postavanguardie, Ligeti e Kurtág. Nella prestigiosa Accademia «Liszt» di Budapest, Veress fu infatti allievo dei primi due (rispettivamente in pianoforte e composizione) e, negli anni Quaranta, maestro dei secondi. In queste semplici coordinate è scritto a ben vedere il destino di isolamento cui andò incontro. Educato, come si è detto, ai valori di un Umanesimo attivo, convinto delle potenzialità educative e sociali della musica, Veress si trovò a dover custodire e trasmettere questo lascito prezioso, ma ingombrante, in anni in cui anche i più semplici presupposti della comunicazione attraverso l´arte dei suoni erano rimessi in discussione.
Con questo non si deve pensare che Veress si sia chiuso a riccio davanti alla difficoltà, avvertita da ogni artista consapevole, di mantenere in piedi un linguaggio sotto assedio in una società sempre più alienata: quando nel 1949 lasciò per ragioni politiche l´Ungheria per la Svizzera, iniziò a interessarsi in modo più sistematico alle tecniche del serialismo e le adottò nelle sue partiture.
Anche nelle sue composizioni dodecafoniche, però, resterà sempre percepibile una gerarchia tonale e più di tutto un forte attaccamento alle ragioni melodiche della musica. Questo attaccamento al canto, per quanto filtrato attraverso gli inevitabili tabù della modernità, è testimonianza del suo passato mai tradito, un passato che aveva due grandi numi tutelari: il melos della sua terra d´origine, studiato direttamente sul campo in veste di etnomusicologo, e la polifonia palestriniana ammirata e respirata negli anni del suo soggiorno romano.
Con l´arrivo a Berna la sua carriera, che fino ad allora era stata di primo piano sulla ribalta internazionale, si trasformerà. Qui Veress intensificherà la sua attività di insegnante (al Conservatorio insegnò di tutto, dall´armonia alla pedagogia musicale) formando, si può dire, intere generazioni di compositori elvetici, e tra i più interessanti (Holliger, Marti, Wyttenbach); sempre più legato al nuovo paese adottivo, affiderà le prime esecuzioni delle sue opere prevalentemente ai complessi residenti a Berna e, a parte gli inviti presso università statunitensi e australiane, sarà comunque la Svizzera ad attribuirgli i più alti riconoscimenti istituzionali, fino a concedergli la cittadinanza nel 1991.
Insomma, che oggi, a disgelo avvenuto, il nome di Veress riprenda a circolare nei cartelloni di tutto il mondo è un ottimo segno; se non altro perché la sua musica, che non ha mai smesso di dialogare con le altre forme d´arte (pittura in primis), né di dar voce alle eterne questioni dell´umana esistenza, è un bell´esempio del compito di civiltà che questa forma d´arte può darsi all´interno di una società evoluta.




Auditorium del Lingotto

giovedì 27 ottobre ore 20.30
venerdì 28 ottobre ore 21
Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai
Pascal Rophé direttore
Hélène Mercier Louis Lortie pianoforti
Ravel
Concerto in re per pianoforte e orchestra, per la mano sinistra
Veress
Hommage à Paul Klee, fantasia per 2 pianoforti e archi
Debussy
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