di Alberto Bosco
Quando la Storia si mette in testa una cosa, c´è poco da
fare. Non resta che aspettare e sperare che i tempi lentamente cambino
idea. Così, quando nel secondo dopoguerra sembrava ormai certo
che il destino della musica occidentale fosse quello tracciato dalle avanguardie
post-weberniane, a quei compositori che per un motivo o per l´altro
non si trovavano in sintonia con le poetiche dell´angoscia toccò
aspettare. Dovettero mettersi in attesa, non tanto per essere riconosciuti
come compositori, quanto per vedersi più semplicemente annoverati
tra i contemporanei: un´ideologia senza dubbi sul senso della storia
li aveva cioè parcheggiati in una sorta di limbo fuori del tempo,
come tante "belle addormentate".
Un bel giorno l´incantesimo si ruppe e l´incubo della crisi
del linguaggio finì; in realtà per far posto a un altro
incubo dal volto più seducente ma non meno insidioso: quello dell´indistinzione
di ogni linguaggio, in cui oggi ancora sguazziamo inconsapevoli.
Delle nostre zone d'ombra, però, lasciamo che si occupino le generazioni
future; noi pensiamo invece a occuparci di quelle passate. Visto che,
proprio dall'ombra in cui erano stati relegati, si fanno vivi ormai da
tempo tanti nomi di compositori in attesa di una più giusta collocazione
storica.
Tra questi il nome di Sándor Veress è certo uno dei più
autorevoli. Non che Veress si fosse mai trovato a vivere ai margini nel
mondo musicale del secolo scorso; anzi, fu sempre coccolato dalle più
prestigiose istituzioni e università. Eppure, non si può
certo dire che la sua musica sia entrata nel repertorio corrente o che
sia ritenuta rappresentativa della sua epoca.
Veress, nato in Transilvania nel 1907 e morto a Berna nel 1992, nella
storia della musica ungherese fa parte di una generazione intermedia:
quella stretta tra i due giganti fondatori Bartók e Kodály,
e i due beniamini delle postavanguardie, Ligeti e Kurtág. Nella
prestigiosa Accademia «Liszt» di Budapest, Veress fu infatti allievo dei
primi due (rispettivamente in pianoforte e composizione) e, negli anni
Quaranta, maestro dei secondi. In queste semplici coordinate è
scritto a ben vedere il destino di isolamento cui andò incontro.
Educato, come si è detto, ai valori di un Umanesimo attivo, convinto
delle potenzialità educative e sociali della musica, Veress si
trovò a dover custodire e trasmettere questo lascito prezioso,
ma ingombrante, in anni in cui anche i più semplici presupposti
della comunicazione attraverso l´arte dei suoni erano rimessi in
discussione.
Con questo non si deve pensare che Veress si sia chiuso a riccio davanti
alla difficoltà, avvertita da ogni artista consapevole, di mantenere
in piedi un linguaggio sotto assedio in una società sempre più
alienata: quando nel 1949 lasciò per ragioni politiche l´Ungheria
per la Svizzera, iniziò a interessarsi in modo più sistematico
alle tecniche del serialismo e le adottò nelle sue partiture.
Anche nelle sue composizioni dodecafoniche, però, resterà
sempre percepibile una gerarchia tonale e più di tutto un forte
attaccamento alle ragioni melodiche della musica. Questo attaccamento
al canto, per quanto filtrato attraverso gli inevitabili tabù della
modernità, è testimonianza del suo passato mai tradito,
un passato che aveva due grandi numi tutelari: il melos della sua terra
d´origine, studiato direttamente sul campo in veste di etnomusicologo,
e la polifonia palestriniana ammirata e respirata negli anni del suo soggiorno
romano.
Con l´arrivo a Berna la sua carriera, che fino ad allora era stata
di primo piano sulla ribalta internazionale, si trasformerà. Qui
Veress intensificherà la sua attività di insegnante (al
Conservatorio insegnò di tutto, dall´armonia alla pedagogia
musicale) formando, si può dire, intere generazioni di compositori
elvetici, e tra i più interessanti (Holliger, Marti, Wyttenbach);
sempre più legato al nuovo paese adottivo, affiderà le prime
esecuzioni delle sue opere prevalentemente ai complessi residenti a Berna
e, a parte gli inviti presso università statunitensi e australiane,
sarà comunque la Svizzera ad attribuirgli i più alti riconoscimenti
istituzionali, fino a concedergli la cittadinanza nel 1991.
Insomma, che oggi, a disgelo avvenuto, il nome di Veress riprenda a circolare
nei cartelloni di tutto il mondo è un ottimo segno; se non altro
perché la sua musica, che non ha mai smesso di dialogare con le
altre forme d´arte (pittura in primis), né di dar voce alle
eterne questioni dell´umana esistenza, è un bell´esempio
del compito di civiltà che questa forma d´arte può
darsi all´interno di una società evoluta.