In questi casi, una presentazione a effetto potrebbe essere "una virtuosa dal lontano Oriente"; tuttavia, tale definizione, pur contenendo innegabilmente due caratteristiche della pianista Jin Ju (virtuosa e orientale), non renderebbe giustizia a una personalità musicale non riducibile a una bambina prodigio trapiantata in Occidente. La musicista cinese che abbiamo incontrato è maturata attraverso un percorso di crescita che l´ha portata a esplorare le tradizioni della sua terra accanto a quelle della cultura europea. «In questo la figura fondamentale è stata mio padre, che è un musicologo. Lui mi ha fatto studiare e apprezzare non soltanto la musica, ma anche la letteratura cinese e in particolare gli antichi poemi. Fino a pochi anni fa ho nutrito una vera e propria passione per l´opera cinese, una forma d´arte che in Europa è ancora poco conosciuta». Una bambina prodigio, Jin Ju lo è stata. Nata a Shangai nel 1976, in una famiglia di musicisti, ha iniziato lo studio del pianoforte all´età di quattro anni, mostrando subito un talento straordinario. A nove anni, la Radio Internazionale Cinese registrava e trasmetteva i suoi concerti. Da allora non ha mai smesso di vincere concorsi, fra i quali possiamo citare il Concorso Pianistico Internazionale «Leschetizky» di Taiwan, in seguito al quale è stata invitata da Jorg Demus a incidere un disco, e un prestigioso terzo premio al Concorso «C?ajkovskij» di Mosca.
Nella sua carriera estremamente precoce, ha fatto fatica ad avere
dei rapporti di amicizia con i suoi colleghi, si è sentita un po´
"isolata"?
«In ogni luogo in cui ho studiato e lavorato ho sempre avuto splendide
amicizie, in particolare all´Accademia di Imola, ma anche in Inghilterra
e negli Stati Uniti. Non posso dimenticare il mio maestro Yang Jun che,
seguendomi per 14 anni, è stato come un secondo padre per me. Oltre
a curare personalmente la mia formazione, facendomi leggere diversi libri,
mi ha sempre accompagnata nei luoghi in cui suonavo e mi accoglieva in
casa sua per fare lezione... No, non mi sono mai sentita "isolata"!»
Fra i numerosi premi della sua carriera ne spicca uno decisamente
particolare, il Concorso di Pechino "Excellent Performer of Chinese
Music" (agosto 1996). Che rapporto ha con gli odierni compositori
cinesi, oltre che con la musica contemporanea in generale?
«Mi rendo volentieri disponibile a suonare la musica dei miei
compatrioti. Per quanto riguarda gli autori contemporanei per pianoforte,
li inserisco con parsimonia nei miei programmi, per motivi squisitamente
tecnici. Ho studiato ed eseguito con piacere autori del Novecento come
Hindemith, Prokof´ev, Debussy e Ravel; tuttavia alcuni compositori
offrono partiture interessanti dal punto di vista musicale ma spesso,
dal punto di vista pianistico, presentano notevoli difficoltà di
esecuzione, movimenti poco fluidi e naturali. Se ci si accosta a un´opera
di Chopin o di Beethoven, ci si accorge subito di avere a che fare con
compositori che conoscevano lo strumento e la loro musica è veramente
scritta per esso».
Non ha incontrato nessuna difficoltà "culturale"
accostandosi a questi compositori?
«Lo scarto maggiore è stato quello della "ragione".
In questa musica la costruzione formale e razionale riveste un ruolo fondamentale.
Curiosamente, quest´elemento, per me difficile da assimilare, è
diventato il fattore più appassionante. I miei compositori favoriti
infatti sono Bach, Beethoven e Brahms».
Nel programma del concerto che proporrà a Torino figura
proprio l´Appassionata di Beethoven.
«Questa Sonata, anche a prescindere dall´aspetto formale, rispecchia
tutto ciò che io cerco nella musica: amore, passione, desiderio…
e rabbia. Sì, nella musica cerco anche quella. Solo nella musica,
però…» (a.t.)