di Angelo Chiarle
«Verdi può rivedere tutto un Oriente nell´interno di un
frutto nostrano come il cocomero». Così nel 1930 l´estrosa
penna di Bruno Barilli chiosava il racconto d´un "fatto di
cronaca" relativo all´origine d´un motivo che Verdi avrebbe
desunto dallo strano canto d´un venditore di pere cotte (udito per
le strade di Parma nell´autunno 1869), per sfruttarlo all´inizio
del terzo atto di Aida. Un dilemma si insinua. Significativo per chiarirsi
meglio l´essenza di quest´opera. La salace metafora barilliana
esprime un pregio, «la forza e l´originalità dell´esotismo
verdiano», come intende Massimo Mila, oppure rivela un limite, come sostiene
Marcello Conati, cioè «l´atteggiamento tipico del musicista
colto nei confronti di una cultura "diversa"»?
Più che rispondere, conta interrogarsi ancora su questa che «non
è un´opera di tutto riposo», perché «a ogni ripresa
importante ci si va con l´animo aperto alla possibilità di
verificare le proprie opinioni». Sono passati quasi cinquant´anni,
ma la provocazione di Mila non si può lasciar cadere nel nulla.
A patto di spostare il tiro dei ragionamenti. Non si tratta di rimettere
in questione la «frattura insanabile» tra drammaturgia e musica di cui
parla Claudio Casini, ovvero il clamoroso dislivello tra la spettacolarità,
il kitsch esotico della mise en scène e la parte intimista, ovvero
gli «intrighi dell´intimismo borghese» del triangolo amoroso Aida-Radamès-Amneris.
Fuori discussione è anche il valore della partitura, «rigoglioso
fiume di invenzione melodica» che secondo Julian Budden rende Aida «una
pietra miliare nella storia musicale italiana». Valida resta sempre la
suggestione di Mila di configurarsi ciascuno una personale «contro-Aida»
attingendo alle innumerevoli «finezze recondite» di cui sono intessute
le note di Verdi, per esempio durante la «commedia di fatali fraintendimenti»
della scena I dell´atto II, allorché Amneris smaschera l´amore
di Aida per Radamès. È la drammatica attualità che
viviamo, fatta di bombe estremiste che lacerano e minacciano la nostra
quotidianità, a imporci una diversa riflessione su questo «sogno
coloniale compiuto nella coscienza della supremazia europea» che è
Aida secondo Casini. Un nuovo ripensamento critico penso sia un atto dovuto
nei confronti di un musicista come Verdi, animato da un acuto senso di
responsabilità civica. Fu infatti anche per il desiderio di tenere
alto il nome dell´Italia, nella convinzione che il prestigio artistico
valesse quanto una guerra vinta, che nel giugno 1870 egli cedette alle
insistenze con cui Camille Du Locle dal novembre 1869 aveva preso a marcarlo
stretto perché accettasse il soggetto esotico elaborato dall´illustre
egittologo Auguste Mariette di una nuova opera per il Théâtre des
Italiens al Cairo. Dopo gli avventurosi fastigi parigini del Don Carlos,
quest´uomo prossimo ai sessanta, con giovanile ardore sanguigno,
si getta ancora una volta nella mischia del melodramma, anche per contrastare
la minaccia esterofila e avanguardista che nel 1868 si era materializzata
nel Mefistofele di Boito e, giusto due mesi scarsi prima del debutto egiziano
di Aida il 24 dicembre 1871, nella trionfale prima rappresentazione italiana
del Lohengrin a Bologna.
Aida potrebbe diventare un´occasione per ripensare un paio di aspetti.
Da una parte ci fa toccare con mano la persistente difficoltà del
pensiero di confrontarsi con le culture "altre", evitando la
tentazione dell´omologazione e accettando la difficile sfida della
messa in discussione. Dall´altra, però, essa ci indica qual
è forse la risorsa più autentica della cultura occidentale:
la passione per l´uomo e per l´intrico di sentimenti che abita
in lui. Perché la vera "battaglia" la si vince mettendo
in campo le multiformi risorse della creatività artistica per capire
com´è fatto «questo guazzabuglio del cuore umano».