ottobre 2005

teatro regio


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William Friedkin
Dal set al palcoscenico per una produzione spettacolare

di Luca Del Fra

Friedkin

«Avevo 19 anni, già lavoravo come regista delle dirette televisive e ascoltavo solo jazz e rock ´n´ roll. In macchina, tornando a casa dal lavoro, ascoltavo la radio e una notte hanno cominciato a trasmettere una musica che per me risuonava come un messaggio: alla maniera di Gesù quando intima a Pietro di seguirlo e lui molla la rete da pescatore e diviene il suo primo discepolo. Quella notte sono divenuto un discepolo della musica classica…». Così, ricordando la sua giovinezza a Chicago, racconta William Friedkin che curerà la regia della Aida inaugurale della Stagione del Teatro Regio. Cresciuto nei quartieri periferici – e malfamati – della capitale dell´Illinois, nel 1965, dopo l´esperienza televisiva, si trasferisce in California, diviene un giovane prodigio della "Nuova Hollywood" degli anni Settanta, vincendo come miglior regista l´Academy Award (in italiano il cosiddetto Oscar) con Il braccio violento della legge (The French Connection, 1971), e al suo attivo vanta oggi una filmografia che ha raggiunto i 17 titoli. Il brano che gli apparve nella notte come una stella cometa era Le Sacre du printemps, e probabilmente dobbiamo a quell´incontro con Stravinskij la richiesta da parte di Friedkin di curare nel 1960 alcune trasmissioni particolari: «Mi divertivo molto a fare le riprese per la diretta televisiva dei concerti della Chicago Symphony – spiega il regista –, sul podio c´era Fritz Reiner». La passione dunque si trasforma ben presto in lavoro, e non è un caso che per L´esorcista, dopo due tentativi falliti con compositori di colonne sonore originali, Friedkin stesso curi la musica del film includendo brani di Penderecki, Webern, Henze.
Il suo arrivo al teatro musicale è quasi dovuto al caso: assiduo frequentatore delle sale da concerto e dei teatri d´opera, il regista è amico di molti interpreti e direttori d´orchestra: «Nel 1996 ero a pranzo con Zubin Mehta, che a un certo punto mi guarda chiedendomi "Hai voglia di fare la regia di un´opera con me?" E io replico "Che opera?" Mi risponde "Wozzeck…"».
Friedkin sorride ricordando come il suo debutto di regista di teatro musicale avvenne in Italia nel 1999 al Maggio Musicale. E conclude: «Devo ammettere che non ci avevo mai pensato prima ma, includendo tutte le arti rappresentative, l´opera è la forma più alta di arte scenica, perciò mi appariva come un traguardo». Dopo Wozzeck c´è la regia di un curioso dittico Bartók–Puccini (Barbablù, Gianni Schicchi), poi Ariadne auf Naxos di Richard Strauss, e Samson et Dalila di Saint-Saëns: «Come si vede sono opere stilisticamente molto lontane... – dice il regista. Dopo esperienze così diverse sono molto contento di essere arrivato a Verdi: lui è sicuramente una delle montagne più alte del melodramma. Intima e spettacolare, con al centro una terribile e profonda storia d´amore, alcune delle melodie più belle che siano mai state scritte e una tradizione insuperabile di esecuzioni e messe in scena, oltretutto Aida è una delle vette di quella montagna».
Come si appresta a una scalata così difficile? «Il mio approccio alla regia di un´opera? Da chirurgo prima di tutto cerco di non far male al paziente – spiega divertito. Spesso impiego anche due anni per mettere a fuoco una regia: perché non amo le radicalizzazioni inutilmente provocatorie che si scontrano con le idee del compositore. Per Ariadne ho scelto un´ambientazione attuale perché tutto funzionava, ma non credo che la stessa cosa sarebbe giusta per Aida. E soprattutto non mi sembra il caso di farlo in Italia, e ancor meno a Torino, dove lo splendido Museo Egizio richiama ogni istante il contesto in cui è nata l´opera».
Il regista che ha cambiato i connotati del film poliziesco con la sincopata macchina a mano delle riprese de Il braccio violento…, si troverà anche alle prese con scene ad alto tasso spettacolare: «L´ambientazione egiziana dell´opera non c´impedisce di tentare soluzioni nuove, soprattutto per enfatizzarne il lato teatrale. Per il disegno delle luci ho voluto Andrew J. Weissbard, cresciuto alla scuola di Bob Wilson, e che a molte scene darà una dimensione inaspettata. Nella Marcia trionfale ci saranno artisti della Scuola di Nuovo Cirko di Torino, e poi useremo delle sagome animate di Michael Curry, autore dei travestimenti di The Lion King, per far sì che alcuni personaggi appaiano metà uomini metà animali, come nell´iconografia egiziana».
Con la sua esperienza, Friedkin è in grado di fare precisi paralleli tra il cinema e il teatro musicale: «Con l´opera fino a ora sono stato fortunato perché mai nessuno è arrivato sul palcoscenico con l´idea di fare un concerto: i cantanti con cui ho lavorato erano tutti interessati a scavare i fondamenti emotivi dei loro personaggi. Anzi i migliori interpreti del melodramma apprezzano molto la recitazione e perciò assomigliano agli attori cinematografici: vogliono un meccanismo spettacolare che funzioni, secondo me perché li mette in condizione di cantare meglio».
Sempre attento all´indagine psicologica, in Aida Friedkin ha trovato pane per i suoi denti: «Dal mio punto di vista il carattere più interessante è quello di Amneris, perché in lei convivono emozioni opposte: ama e odia Radamès allo stesso tempo, lo vuole imprigionare, eppure alla fine tenta comunque di salvarlo. D´altra parte faccio fatica a identificarmi con Radamès, perché mi sembra un personaggio che veicola un conflitto troppo violento. Appena lo incontriamo sulla scena il suo desiderio più profondo è condurre il suo popolo in battaglia, ma nel giro di pochi minuti è pronto a lasciar perdere e a tradire la sua gente per amore di una schiava. E la schiava a sua volta lo tradirà, come Dalila con Sansone. Quanto sono onesti Radamès come soldato e Aida come innamorata? Sembrano contraddizioni irrisolvibili ma sono arrivato a una sorprendente conclusione: oltre alla meravigliosa partitura, ciò che ha reso interessante Aida sono proprio le sue contraddizioni».