di Luca Del Fra
«Avevo 19 anni, già lavoravo come regista delle dirette televisive
e ascoltavo solo jazz e rock ´n´ roll. In macchina, tornando
a casa dal lavoro, ascoltavo la radio e una notte hanno cominciato a trasmettere
una musica che per me risuonava come un messaggio: alla maniera di Gesù
quando intima a Pietro di seguirlo e lui molla la rete da pescatore e
diviene il suo primo discepolo. Quella notte sono divenuto un discepolo
della musica classica…». Così, ricordando la sua giovinezza a Chicago,
racconta William Friedkin che curerà la regia della Aida inaugurale
della Stagione del Teatro Regio. Cresciuto nei quartieri periferici –
e malfamati – della capitale dell´Illinois, nel 1965, dopo l´esperienza
televisiva, si trasferisce in California, diviene un giovane prodigio
della "Nuova Hollywood" degli anni Settanta, vincendo
come miglior regista l´Academy Award (in italiano il cosiddetto
Oscar) con Il braccio violento della legge (The French Connection,
1971), e al suo attivo vanta oggi una filmografia che ha raggiunto i 17
titoli. Il brano che gli apparve nella notte come una stella cometa era
Le Sacre du printemps, e probabilmente dobbiamo a quell´incontro
con Stravinskij la richiesta da parte di Friedkin di curare nel 1960 alcune
trasmissioni particolari: «Mi divertivo molto a fare le riprese per la
diretta televisiva dei concerti della Chicago Symphony – spiega il regista
–, sul podio c´era Fritz Reiner». La passione dunque si trasforma
ben presto in lavoro, e non è un caso che per L´esorcista,
dopo due tentativi falliti con compositori di colonne sonore originali,
Friedkin stesso curi la musica del film includendo brani di Penderecki,
Webern, Henze.
Il suo arrivo al teatro musicale è quasi dovuto al caso: assiduo
frequentatore delle sale da concerto e dei teatri d´opera, il regista
è amico di molti interpreti e direttori d´orchestra: «Nel
1996 ero a pranzo con Zubin Mehta, che a un certo punto mi guarda chiedendomi
"Hai voglia di fare la regia di un´opera con me?" E io
replico "Che opera?" Mi risponde "Wozzeck…"».
Friedkin sorride ricordando come il suo debutto di regista di teatro musicale
avvenne in Italia nel 1999 al Maggio Musicale. E conclude: «Devo ammettere
che non ci avevo mai pensato prima ma, includendo tutte le arti rappresentative,
l´opera è la forma più alta di arte scenica, perciò
mi appariva come un traguardo». Dopo Wozzeck c´è la regia
di un curioso dittico Bartók–Puccini (Barbablù, Gianni Schicchi),
poi Ariadne auf Naxos di Richard Strauss, e Samson et Dalila di Saint-Saëns:
«Come si vede sono opere stilisticamente molto lontane... – dice il regista.
Dopo esperienze così diverse sono molto contento di essere arrivato
a Verdi: lui è sicuramente una delle montagne più alte del
melodramma. Intima e spettacolare, con al centro una terribile e profonda
storia d´amore, alcune delle melodie più belle che siano
mai state scritte e una tradizione insuperabile di esecuzioni e messe
in scena, oltretutto Aida è una delle vette di quella
montagna».
Come si appresta a una scalata così difficile? «Il mio approccio
alla regia di un´opera? Da chirurgo prima di tutto cerco di non
far male al paziente – spiega divertito. Spesso impiego anche due anni
per mettere a fuoco una regia: perché non amo le radicalizzazioni
inutilmente provocatorie che si scontrano con le idee del compositore.
Per Ariadne ho scelto un´ambientazione attuale perché tutto
funzionava, ma non credo che la stessa cosa sarebbe giusta per Aida. E
soprattutto non mi sembra il caso di farlo in Italia, e ancor meno a Torino,
dove lo splendido Museo Egizio richiama ogni istante il contesto in cui
è nata l´opera».
Il regista che ha cambiato i connotati del film poliziesco con la sincopata
macchina a mano delle riprese de Il braccio violento…, si troverà
anche alle prese con scene ad alto tasso spettacolare: «L´ambientazione
egiziana dell´opera non c´impedisce di tentare soluzioni nuove,
soprattutto per enfatizzarne il lato teatrale. Per il disegno delle luci
ho voluto Andrew J. Weissbard, cresciuto alla scuola di Bob Wilson, e
che a molte scene darà una dimensione inaspettata. Nella Marcia
trionfale ci saranno artisti della Scuola di Nuovo Cirko di Torino, e
poi useremo delle sagome animate di Michael Curry, autore dei travestimenti
di The Lion King, per far sì che alcuni personaggi appaiano metà
uomini metà animali, come nell´iconografia egiziana».
Con la sua esperienza, Friedkin è in grado di fare precisi paralleli
tra il cinema e il teatro musicale: «Con l´opera fino a ora sono
stato fortunato perché mai nessuno è arrivato sul palcoscenico
con l´idea di fare un concerto: i cantanti con cui ho lavorato erano
tutti interessati a scavare i fondamenti emotivi dei loro personaggi.
Anzi i migliori interpreti del melodramma apprezzano molto la recitazione
e perciò assomigliano agli attori cinematografici: vogliono un
meccanismo spettacolare che funzioni, secondo me perché li mette
in condizione di cantare meglio».
Sempre attento all´indagine psicologica, in Aida Friedkin ha trovato
pane per i suoi denti: «Dal mio punto di vista il carattere più
interessante è quello di Amneris, perché in lei convivono
emozioni opposte: ama e odia Radamès allo stesso tempo, lo vuole
imprigionare, eppure alla fine tenta comunque di salvarlo. D´altra
parte faccio fatica a identificarmi con Radamès, perché
mi sembra un personaggio che veicola un conflitto troppo violento. Appena
lo incontriamo sulla scena il suo desiderio più profondo è
condurre il suo popolo in battaglia, ma nel giro di pochi minuti è
pronto a lasciar perdere e a tradire la sua gente per amore di una schiava.
E la schiava a sua volta lo tradirà, come Dalila con Sansone. Quanto
sono onesti Radamès come soldato e Aida come innamorata? Sembrano
contraddizioni irrisolvibili ma sono arrivato a una sorprendente conclusione:
oltre alla meravigliosa partitura, ciò che ha reso interessante
Aida sono proprio le sue contraddizioni».