ottobre 2005

editoriale


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Un investimento molto segreto

di Nicola Campogrande

Foto di Nicola CampograndeIl 18,6% degli ascoltatori di Torino Settembre Musica 2004 aveva scelto quali spettacoli frequentare sulla base della “crescita culturale” che ne avrebbe tratto. È uno dei dati più interessanti dell’indagine sul proprio pubblico che il grande Festival ha appena presentato. Interessante perché accanto al 67,7% che sceglie sulla base di motivazioni “estetico-contenutistiche” (cioè, in sostanza, perché preferisce Brahms a Beethoven e così via), accanto al 13,7% mosso da motivazioni “socio-relazionali” (vado per stare con i miei amici, per essere presente, per farmi vedere), c’è un meraviglioso zoccolo del 18,6% che apre il programma generale e si dice: vado ad ascoltarmi questo e quell’altro perché così mi arricchisco culturalmente (i sociologi parlano di “percorso di auto-realizzazione del soggetto”). A me sembra una cosa meravigliosa e per nulla scontata, perché questo “arricchimento”, come è noto, è segreto, nascosto. Non si vede, non se ne parla, è difficilissimo da esibire. È una fiche senza valore, nel poker culturale, e infatti certi libri bisogna averli letti, certi film non si possono non conoscere, di qualche mostra devi avere almeno sentito parlare, persino di qualche realizzazione teatrale è bene sapere che esiste, ma di un concerto, anche di un meraviglioso concerto, non è previsto che si tenga memoria, che si discuta davanti a un bicchiere, non è previsto che si parli. Ascoltare musica, e musica classica in particolare, è davvero un investimento ben strano, che – per seguire ancora la metafora finanziaria usata dai sociologi – non si può quasi mai spendere e dunque, in fin dei conti, non rende. D’altra parte, tra le cose inutili la musica è la più inutile di tutte.
E però in questa meravigliosa inutilità, in questa crescita culturale non spendibile, io vedo il senso profondo della nostra passione. Vedo l’immagine di una società utopica e bellissima, dove la musica agisce nel profondo e, di nascosto, ci fa mangiare meglio, ci guida a passeggio nei parchi, ci suggerisce il senso del rispetto, della collaborazione, della pace, della civiltà. Vedo, nella cultura dell’ascolto, una delle manifestazioni migliori dell’homo sapiens, che attraverso le orecchie si appropria di costruzioni, di emozioni, di slanci capaci di motivare e guidare, sempre di nascosto, le sue scelte più intime. Per questo quel 18,6% di ascoltatori che se ne è reso conto mi dà un brivido di gioia: li immagino uscire dalla sala da concerto e tornare a casa con in tasca qualcosa di molto prezioso, del quale forse non sapremo mai nulla ma che per loro, e solo per loro, sarà carburante per l’anima.
Non è straordinario?