di Nicola Campogrande
Il
18,6% degli ascoltatori di Torino Settembre Musica 2004 aveva scelto quali
spettacoli frequentare sulla base della “crescita culturale”
che ne avrebbe tratto. È uno dei dati più interessanti dell’indagine
sul proprio pubblico che il grande Festival ha appena presentato. Interessante
perché accanto al 67,7% che sceglie sulla base di motivazioni “estetico-contenutistiche”
(cioè, in sostanza, perché preferisce Brahms a Beethoven
e così via), accanto al 13,7% mosso da motivazioni “socio-relazionali”
(vado per stare con i miei amici, per essere presente, per farmi vedere),
c’è un meraviglioso zoccolo del 18,6% che apre il programma
generale e si dice: vado ad ascoltarmi questo e quell’altro perché
così mi arricchisco culturalmente (i sociologi parlano di “percorso
di auto-realizzazione del soggetto”). A me sembra una cosa meravigliosa
e per nulla scontata, perché questo “arricchimento”,
come è noto, è segreto, nascosto. Non si vede, non se ne
parla, è difficilissimo da esibire. È una fiche senza valore,
nel poker culturale, e infatti certi libri bisogna averli letti, certi
film non si possono non conoscere, di qualche mostra devi avere almeno
sentito parlare, persino di qualche realizzazione teatrale è bene
sapere che esiste, ma di un concerto, anche di un meraviglioso concerto,
non è previsto che si tenga memoria, che si discuta davanti a un
bicchiere, non è previsto che si parli. Ascoltare musica, e musica
classica in particolare, è davvero un investimento ben strano,
che – per seguire ancora la metafora finanziaria usata dai sociologi
– non si può quasi mai spendere e dunque, in fin dei conti,
non rende. D’altra parte, tra le cose inutili la musica è
la più inutile di tutte.
E però in questa meravigliosa inutilità, in questa crescita
culturale non spendibile, io vedo il senso profondo della nostra passione.
Vedo l’immagine di una società utopica e bellissima, dove
la musica agisce nel profondo e, di nascosto, ci fa mangiare meglio, ci
guida a passeggio nei parchi, ci suggerisce il senso del rispetto, della
collaborazione, della pace, della civiltà. Vedo, nella cultura
dell’ascolto, una delle manifestazioni migliori dell’homo
sapiens, che attraverso le orecchie si appropria di costruzioni, di emozioni,
di slanci capaci di motivare e guidare, sempre di nascosto, le sue scelte
più intime. Per questo quel 18,6% di ascoltatori che se ne è
reso conto mi dà un brivido di gioia: li immagino uscire dalla
sala da concerto e tornare a casa con in tasca qualcosa di molto prezioso,
del quale forse non sapremo mai nulla ma che per loro, e solo per loro,
sarà carburante per l’anima.
Non è straordinario?