di Oreste Bossini
Torino vanta diversi primati, tra i quali spicca il merito di essere
l’unica città italiana a organizzare un autentico festival
musicale metropolitano. Torino Settembre Musica si confronta infatti con
manifestazioni analoghe esistenti in altre città europee, come
Parigi, Vienna, Berlino, Londra, ma in Italia resta un caso unico. Torino
ha scommesso con successo su una formula che mescola ingredienti di varia
natura, non tanto per soddisfare le richieste dei turisti, come succede
nella maggior parte dei festival del Belpaese, ma per attirare un pubblico
smaliziato e competente come quello cittadino. È proprio in virtù
di questa molteplicità di voci, caratteristica peculiare di una
metropoli, che il cartellone di Torino Settembre Musica può ospitare
sia La vedova allegra, sia Koyaanisqatsi, in un gioioso marché
aux puces dei suoni in cui convivono il fado melanconico di Dulce Pontes
e le musiche di guarigione del Belucistan.
Il Festival, però, si regge su una spina dorsale solida, formata
da artisti di spicco della vita concertistica internazionale. La loro
presenza conferisce alla manifestazione quel tocco di classe indispensabile
per mantenere il dialogo con tutto il pubblico e per evitare il rischio
di scivolare in una ricerca un po’ da specialisti di fenomeni marginali.
Anche quest’anno dunque troviamo nel cartellone del Festival i big,
come a Sanremo, che si dividono in due categorie distinte. Da una parte
ci sono i direttori d’orchestra, che costituiscono come di consueto
le colonne portanti del programma. Dopo il gradevole aperitivo della Vedova
allegra, infatti, il concerto di Kurt Masur e della London Philharmonic
Orchestra (domenica 4) apre il Festival all’insegna della grande
musica russa, con autori come Glinka e Tchajkovskij. Di Shostakovich inoltre
viene eseguito il Concerto per violino, con solista Sergei Katchatryan,
e sarà una bella sferzata di energia. A completare il panorama
sulla Russia dell’Ottocento pensa Lorin Maazel, alla testa della
sua nuova orchestra, la Filarmonica «Toscanini» di Parma (venerdì
16). Musorgskij, rivestito da Ravel, e Rimskij-Korsakov rappresentano
il culmine della policromia sinfonica russa, alla quale Maazel certamente
non rinuncerà di dar risalto.
Il concerto conclusivo (lunedì 26) ospita il personaggio forse
più atteso, Pierre Boulez, che interpreta due autori con cui ha
dialogato in vari modi per tutta la vita, Schoenberg e Bruckner. La presenza
di Boulez, alla guida dei Wiener Philharmoniker, assume un significato
del tutto particolare, dal momento che il maestro festeggia in ottobre
gli ottant’anni. Oltre che alla grande tradizione mitteleuropea,
dunque, il concerto rappresenta un tributo d’affetto e di riconoscenza
a una figura del nostro tempo d’eccezionale statura artistica e
intellettuale.
L’altra categoria è costituita invece dai maestri dello strumento,
che si esibiscono quasi tutti nella doppia veste di solista e direttore.
Sabato 10 il pianista Murray Perahia, insieme all’affiatato complesso
inglese Academy of St. Martin in the Fields, interpreta il repertorio
classico a lui più caro, Haydn, Mozart e Bach. Il giorno dopo,
domenica 11, Uto Ughi presenta un programma squisitamente violinistico,
alla testa della compagine con cui collabora regolarmente, I Filarmonici
di Roma. A questo concerto risponde come un diapason quello di Salvatore
Accardo, la domenica successiva, il 18. Il maestro si esibisce con l’Orchestra
da Camera Italiana, un gruppo di giovani che lui stesso ha animato, cimentandosi
con uno dei padri della scuola violinistica italiana, Antonio Vivaldi,
di cui si conservano proprio a Torino molti manoscritti.
Infine, martedì 20, si staglia, isolato come uno scoglio, il concerto
di Maurizio Pollini, solo con il suo pianoforte a occupare il palcoscenico
dell’Auditorium del Lingotto. Pollini ha scelto d’interpretare
in questa circostanza soltanto musiche di Chopin, un autore a cui non
ha mai smesso di tornare nel corso della sua lunga e formidabile carriera.