di Alberto Bosco
Nel Prometeo incatenato a un certo punto si legge: «La tecnica
è di gran lunga più debole della necessità». E necessità
è Ananke, ossia quella suprema potenza che custodisce le leggi
della natura e così facendo mantiene il cosmo nel suo ordine e
nei suoi limiti. Questo si poteva dire ai tempi di Eschilo, quando l´avventura
dell´uomo era ancora ai suoi inizi. Oggi, quanti se la sentirebbero
di giurare su questa verità che sembrava eterna?
I due termini della contesa si sono scambiati le parti: nell´età
della tecnica è la natura governata dalla necessità a ritirarsi
di fronte allo strapotere dell´uomo. O almeno così ci illudiamo
che sia, visto che, stando a Eschilo, Prometeo è pur sempre incatenato
a una roccia, cioè alla terra. Eppure noi uomini moderni questa
catena la sentiamo sempre di meno, anzi per noi non esiste più.
A tal punto siamo inebriati dal potere tecnico che siamo ancora convinti
di essere noi a servirci della tecnica, quando al contrario è questa
a cambiare noi. Un pesce non si accorge di essere nell´acqua: così
l´uomo civilizzato è l´ultimo a rendersi conto di che
cosa sia realmente la tecnologia e di come agisca su di lui.
Con questo paragone, il regista americano Godfrey Reggio spiega il senso
della sua Qatsi-Trilogy, un´opera celebrata dai cinefili di ogni
paese, che si compone di tre film il cui intento è quello di aprire
gli occhi dell´uomo occidentale sugli effetti della deriva tecnologica
che ha ormai cambiato definitivamente il suo modo di stare al mondo e
sta ora cambiando altrettanto definitivamente il mondo stesso, con le
sue creature e gli altri esseri umani che lo abitano. I tre film portano
dei titoli in lingua Hopi e sono Koyaanisqatsi (1983), che in italiano
significa qualcosa come "vita squilibrata", Powaqqatsi (1987),
traducibile con "vita in trasformazione", e Naqoyqatsi (2003),
"vita come guerra". Il primo si concentra sullo scontro tra
natura e mondo tecnologico; il secondo affronta gli effetti di quest´ultimo
sulle culture più tradizionali del Sud del pianeta; nel terzo film,
infine, l´orizzonte tecnologico rimane l´unico spazio abitato
dall´uomo. Così, la trilogia si conclude con uno sguardo
sulla tecnologia dal suo interno, essendo impossibile concepire per l´uomo
moderno un altro habitat ed essendosi la realtà sempre più
dissolta sotto gli effetti della digitalizzazione. Come fa però
Reggio a raccontare criticamente la vita alterata dalla tecnologia attraverso
la forma d´arte più compromessa con quella condizione, cioè
il cinema? Ebbene Reggio riesce nell´intento rivoluzionando il linguaggio
cinematografico tradizionale, eliminando dalle sue risorse quelle che
più possono manipolare la coscienza dello spettatore: i dialoghi,
gli attori e la trama. Restano cioè solo le immagini a farsi carico
del messaggio del film, che Reggio intende lasciare il più possibile
aperto. Le immagini, e la musica beninteso. Che è quella di Philip
Glass, le cui partiture per Qatsi-Trilogy sono uno degli esempi più
riusciti di collaborazione tra un compositore e un regista. Già,
perché non c´è linguaggio migliore di quello automatico
del minimalismo per assecondare senza sovrapposizioni le immagini in movimento
di Reggio; esperienza ancor più coinvolgente quando, come a Torino,
le musiche sono eseguite dal vivo dallo stesso Glass e dal suo Ensemble.
Sempre nel segno del fecondo rapporto tra musica minimale e arti visive,
è da non perdere anche l´appuntamento del 19 settembre al
Museo del Cinema: qui il protagonista sarà il padre stesso del
minimalismo, colui che nel 1964 diede inizio a questa grande corrente:
Terry Riley. Al suo fianco l´inesauribile Stefano Scodanibbio, il
più geniale contrabbassista dai tempi di Bottesini.
KOYAANISQATSI
(Vita squilibrata)
POWAQQATSI
(Vita in trasformazione)
NAQOYQATSI
(Vita come guerra)
Film di Godfrey Reggio
Musiche di Philip Glass
Philip Glass
Philip Glass Ensemble
Michael Riesman direttore
Auditorium del Lingotto ore 21