di Enrico Maria Ferrando
L´immagine kolossal di Aida è consolidata da una
tradizione di allestimenti d´eccezione, a cominciare da quello del
1912 ai piedi delle Piramidi. D´altra parte il soggetto dell´opera
- che era stata commissionata dal Kedivé d´Egitto per dare
lustro al proprio precario regime - aveva colpito Verdi proprio per le
intrinseche potenzialità spettacolari: l´astuto canovaccio
dell´egittologo Auguste Mariette univa gli spunti per inserire nello
svolgimento del dramma i cori, le danze e i cortei necessari in un´"opera-ballo"
di ispirazione francese alla dimensione esotica che tanto peso aveva nei
gusti del pubblico di fine Ottocento. E in Aida l´esotismo è
amplificato dall´aura arcana e misteriosa che si associa all´antichità
egiziana - allora come oggi, se pensiamo al successo commerciale di film
come Stargate o La mummia. E, a proposito di cinema,
è emblematica dell´immagine kolossal dell´opera verdiana
l´Aida-peplum girata da Clemente Fracassi nel 1953, con una Sophia
Loren giovanissima e «completamente colorata di marrone» (Mereghetti)
che prestava le proprie grazie alla voce di Renata Tebaldi.
Eppure Aida non comporta mezzi esecutivi superiori allo standard dell´epoca
e, dal punto di vista drammaturgico, può perfino essere collocata
un passo indietro rispetto alla complessità e profondità
di Don Carlos, tanto che negli ultimi decenni la critica l´ha
considerata con crescente prudenza, quasi a difenderne il valore artistico
contro la sua stessa cifra spettacolare e cerimoniale.
È però difficile accettare l´idea che l´opera, che per anni lo stesso Verdi considerò il coronamento della propria carriera, sia una realizzazione viziata da esteriorità spettacolari collegate a esigenze politiche della committenza. Il Verdi dell´epoca di Aida non era sensibile alle lusinghe del denaro e, tantomeno, del potere. Componeva ciò che voleva e come voleva. E con Aida ha congegnato un perfetto meccanismo formale che guarda, sì indietro ai meccanismi melodrammatici tradizionali, ma per sublimarli, quasi additando nel gioco astratto della forma l´essenza stessa dell´opera lirica.
Un´operazione analoga l´avrebbe compiuta Puccini, molti
anni dopo, con Turandot: altra opera-kolossal, altro capolavoro
amatissimo ma tacciato di freddezza e di deliberazione. Un´altra
opera che - come ha scritto Antonino Titone - «non vuole commuovere. Vuole
meravigliare» e risolversi nella «pura realizzazione autosufficiente dei
suoi dati formali». E tutto questo in Aida non avviene nonostante, ma
attraverso i cori, le danze, l´entusiasmante cornice trionfale.
Ci si ricorda qui dell´intuizione di Massimo Mila, quando osservava
che Aida è «soprattutto un´opera che d´anno in anno
diventa più difficile da rappresentare. Scenografi e registi non
hanno ancora trovato uno stile contemporaneo per la parte spettacolare
e decorativa di Aida; e lo stile del secolo scorso, che trasforma i due
finaloni del primo e second´atto in una parata da gigantesco teatro
dei burattini, è irrimediabilmente perduto per il nostro gusto».
Ma in un´epoca in cui l´antichità egizia è ancora
in grado di suscitare un senso di stupefatta meraviglia nel kolossal digitale
alla Roland Emmerich - e, perfino, in quello alla Stephen Sommers - si
può forse riporre nella visionarietà post-hollywoodiana
la speranza di restituire il dramma della principessa etiope a una dimensione
scenica consona al gusto del nuovo millennio.