settembre 2005

teatro regio torino


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Dall´Egitto fin de siècle alle magie di Hollywood

di Enrico Maria Ferrando

Egitto

L´immagine kolossal di Aida è consolidata da una tradizione di allestimenti d´eccezione, a cominciare da quello del 1912 ai piedi delle Piramidi. D´altra parte il soggetto dell´opera - che era stata commissionata dal Kedivé d´Egitto per dare lustro al proprio precario regime - aveva colpito Verdi proprio per le intrinseche potenzialità spettacolari: l´astuto canovaccio dell´egittologo Auguste Mariette univa gli spunti per inserire nello svolgimento del dramma i cori, le danze e i cortei necessari in un´"opera-ballo" di ispirazione francese alla dimensione esotica che tanto peso aveva nei gusti del pubblico di fine Ottocento. E in Aida l´esotismo è amplificato dall´aura arcana e misteriosa che si associa all´antichità egiziana - allora come oggi, se pensiamo al successo commerciale di film come Stargate o La mummia. E, a proposito di cinema, è emblematica dell´immagine kolossal dell´opera verdiana l´Aida-peplum girata da Clemente Fracassi nel 1953, con una Sophia Loren giovanissima e «completamente colorata di marrone» (Mereghetti) che prestava le proprie grazie alla voce di Renata Tebaldi.
Eppure Aida non comporta mezzi esecutivi superiori allo standard dell´epoca e, dal punto di vista drammaturgico, può perfino essere collocata un passo indietro rispetto alla complessità e profondità di Don Carlos, tanto che negli ultimi decenni la critica l´ha considerata con crescente prudenza, quasi a difenderne il valore artistico contro la sua stessa cifra spettacolare e cerimoniale.

È però difficile accettare l´idea che l´opera, che per anni lo stesso Verdi considerò il coronamento della propria carriera, sia una realizzazione viziata da esteriorità spettacolari collegate a esigenze politiche della committenza. Il Verdi dell´epoca di Aida non era sensibile alle lusinghe del denaro e, tantomeno, del potere. Componeva ciò che voleva e come voleva. E con Aida ha congegnato un perfetto meccanismo formale che guarda, sì indietro ai meccanismi melodrammatici tradizionali, ma per sublimarli, quasi additando nel gioco astratto della forma l´essenza stessa dell´opera lirica.

Un´operazione analoga l´avrebbe compiuta Puccini, molti anni dopo, con Turandot: altra opera-kolossal, altro capolavoro amatissimo ma tacciato di freddezza e di deliberazione. Un´altra opera che - come ha scritto Antonino Titone - «non vuole commuovere. Vuole meravigliare» e risolversi nella «pura realizzazione autosufficiente dei suoi dati formali». E tutto questo in Aida non avviene nonostante, ma attraverso i cori, le danze, l´entusiasmante cornice trionfale.
Ci si ricorda qui dell´intuizione di Massimo Mila, quando osservava che Aida è «soprattutto un´opera che d´anno in anno diventa più difficile da rappresentare. Scenografi e registi non hanno ancora trovato uno stile contemporaneo per la parte spettacolare e decorativa di Aida; e lo stile del secolo scorso, che trasforma i due finaloni del primo e second´atto in una parata da gigantesco teatro dei burattini, è irrimediabilmente perduto per il nostro gusto».
Ma in un´epoca in cui l´antichità egizia è ancora in grado di suscitare un senso di stupefatta meraviglia nel kolossal digitale alla Roland Emmerich - e, perfino, in quello alla Stephen Sommers - si può forse riporre nella visionarietà post-hollywoodiana la speranza di restituire il dramma della principessa etiope a una dimensione scenica consona al gusto del nuovo millennio.