settembre 2005

editoriale


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Questione di abitudine

di Nicola Campogrande

Foto di Nicola CampograndeUn’amica violinista mi ha raccontato che, nelle ultime settimane di gravidanza, le era capitato di suonare spesso Crisantemi di Puccini. Poi era nata la bimba.
Mesi dopo era successo che durante un viaggio in macchina la creatura avesse la luna di traverso e non volesse smettere di piangere. La mamma le aveva provate tutte, invano. Fino a che, casualmente, l’autoradio sintonizzata su Radio3 non aveva trasmesso proprio Crisantemi. E la bimba, magicamente, si era calmata.
Mi spiegano che non c’è nulla di strano, che capita spesso.
Che i nascituri dal pancione ascoltano e memorizzano e che, anzi, è importantissimo ciò che si fa ascoltare loro (e alle future mamme). Ne deduco, una volta di più, una verità assoluta: alla musica classica ci si abitua. Come ci si abitua alla buona cucina, alle passeggiate in montagna, alla grande letteratura.
Come ci si abitua a essere coccolati, ad avere dei buoni amici, a guardare dei bei film.
Ora che, a partire da Torino Settembre Musica, ci apprestiamo a godere di una stagione musicale importante, con quel 2006 che – ce ne fosse stato bisogno – ha stimolato la fantasia degli organizzatori, ci succederà di abituarci a un’offerta musicale di altissimo profilo. Unica in Italia (è risaputo) e capace di allineare la nostra città alle più interessanti metropoli europee di pari dimensione. Crescere, vivere in un contesto del genere è un assoluto privilegio; ma è anche la condizione indispensabile perché la musica di qualità respiri, prosperi, si faccia strada (quando riesce). Anche nella musica, cioè, è l’abitudine che fa la differenza. L’abitudine al bello, naturalmente, l’abitudine che ci insegna a distinguere buone e cattive musiche, buone e cattive interpretazioni. L’abitudine che segna uno stacco tra una città come Torino e altre metropoli dove la musica classica non è (o non è più), appunto, abituale. Ricordiamocene, la prossima volta che a qualcuno in un ministero verrà in mente di tagliare un po’ di soldi destinati alla musica (è successo a giugno, per recuperare risorse da destinare alla questione Irap, ma una levata di scudi generale per ora ha scongiurato la mannaia). Ricordiamoci che la musica vive davvero se il contesto è capace di ospitarla, se la sua pratica è quotidiana, la sua presenza costante. Non ci sono altre possibilità, se non la si vuole trasformare in un diversivo adatto a matrimoni, inaugurazioni e occasioni mondane. Chiediamo, continuiamo a chiedere di essere abituati alla musica classica: non può che farci bene.
Non credete?