di Nicola Campogrande
Un’amica
violinista mi ha raccontato che, nelle ultime settimane di gravidanza,
le era capitato di suonare spesso Crisantemi di Puccini. Poi era nata
la bimba.
Mesi dopo era successo che durante un viaggio in macchina la creatura
avesse la luna di traverso e non volesse smettere di piangere. La mamma
le aveva provate tutte, invano. Fino a che, casualmente, l’autoradio
sintonizzata su Radio3 non aveva trasmesso proprio Crisantemi. E la bimba,
magicamente, si era calmata.
Mi spiegano che non c’è nulla di strano, che capita spesso.
Che i nascituri dal pancione ascoltano e memorizzano e che, anzi, è
importantissimo ciò che si fa ascoltare loro (e alle future mamme).
Ne deduco, una volta di più, una verità assoluta: alla musica
classica ci si abitua. Come ci si abitua alla buona cucina, alle passeggiate
in montagna, alla grande letteratura.
Come ci si abitua a essere coccolati, ad avere dei buoni amici, a guardare
dei bei film.
Ora che, a partire da Torino Settembre Musica, ci apprestiamo a godere
di una stagione musicale importante, con quel 2006 che – ce ne fosse
stato bisogno – ha stimolato la fantasia degli organizzatori, ci
succederà di abituarci a un’offerta musicale di altissimo
profilo. Unica in Italia (è risaputo) e capace di allineare la
nostra città alle più interessanti metropoli europee di
pari dimensione. Crescere, vivere in un contesto del genere è un
assoluto privilegio; ma è anche la condizione indispensabile perché
la musica di qualità respiri, prosperi, si faccia strada (quando
riesce). Anche nella musica, cioè, è l’abitudine che
fa la differenza. L’abitudine al bello, naturalmente, l’abitudine
che ci insegna a distinguere buone e cattive musiche, buone e cattive
interpretazioni. L’abitudine che segna uno stacco tra una città
come Torino e altre metropoli dove la musica classica non è (o
non è più), appunto, abituale. Ricordiamocene, la prossima
volta che a qualcuno in un ministero verrà in mente di tagliare
un po’ di soldi destinati alla musica (è successo a giugno,
per recuperare risorse da destinare alla questione Irap, ma una levata
di scudi generale per ora ha scongiurato la mannaia). Ricordiamoci che
la musica vive davvero se il contesto è capace di ospitarla, se
la sua pratica è quotidiana, la sua presenza costante. Non ci sono
altre possibilità, se non la si vuole trasformare in un diversivo
adatto a matrimoni, inaugurazioni e occasioni mondane. Chiediamo, continuiamo
a chiedere di essere abituati alla musica classica: non può che
farci bene.
Non credete?