di Guido Barbieri
«Ha
nelle mani i pianissimi "celesti" di Richter, i fortissimi squillanti
di Gilels, gli accordi misteriosi di Cherkassky. E ogni cosa gli riesce
con disarmante facilità». La soluzione di questo oscuro «Chi è?»,
proposto dal critico musicale del "Guardian", l´avrete
già letta forse nel titolo o nel sottotitolo del presente articolo.
E dunque sapete già a chi appartengono queste mani "miracolose",
capaci di moltiplicarsi addirittura per quattro. Ma come in tutti i giochi
enigmistici che si rispettino la prima risposta (giusta o sbagliata che
sia) genera inevitabilmente un´altra domanda, più complessa
e difficile della precedente. E difatti in questo caso l´interrogativo
inevitabile è: che cosa hanno in comune i quattro lati del quadrato
magico disegnato da Radu Lupu, Sviatoslav Richter, Emil Gilels e Shura
Cherkassky, quattro pianisti illustri, ma lontani l´uno dall´altro
come le stelle di una galassia? Se state cercando parentele stilistiche,
rapporti di amicizia o identità geografiche siete fuori strada:
la "cosa" che almeno tre delle quattro star condividono è
semplicemente un nome, un "nome proprio di pianista" che tutti
comprende, raccoglie e precede: quello del venerando e venerabile Heinrich
Neuhaus. Cherkassky escluso (russo, ma di passaporto statunitense) gli
altri tre figli della "scuola di Mosca" sono passati, infatti,
attraverso i preziosi, irripetibili, raffinatissimi esercizi di iniziazione
messi a punto dallo stregone Neuhaus.
Le domande a questo punto diventano tre: è sufficiente essere compagni
di classe (per altro in anni diversi e distanti) per appartenere allo
stesso albero genealogico, alla medesima koiné musicale? Naturalmente
no: le scuole, di solito, nascono e prosperano al di fuori delle aule
scolastiche, incendiandosi di continuo al contatto con la musica viva.
Non c´è dubbio, però, che nelle mani di Radu, lo scolaro
più giovane (Lupu nasce nel 1945, l´anno dell´esordio
di Richter), siano rimaste tracce inequivocabili e profonde dello "stile
Neuhaus": innanzitutto quel suono ricco, lavorato, corposo che tutti
gli allievi dello stregone possiedono. Ma dall´altra parte anche
quella capacità un po´ misteriosa di sottrarre improvvisamente
peso e sostanza al suono per disegnare frasi di eleganza disincarnata
e lievemente altera. Marchio di fabbrica evidente che, oltre ogni differenza
e individualità, fa degli innumerevoli allievi di Neuhaus qualche
cosa di meno di una scuola, forse, ma molto di più di una semplice
somma di nomi e cognomi.
Il tracciato stilistico e biografico di Radu Lupu possiede tuttavia un
tratto così originale da far venire il sospetto che nella lezione
di Neuhaus vi sia qualche cosa di diverso da una semplice impronta stilistica:
forse un vero e proprio lascito. L´attacco di carriera del pianista
rumeno è folgorante: nel giro di tre anni, dal 1966 al 1969, il
giovane Radu, poco più che ventenne, accalappia un tris di concorsi
difficilmente immaginabile: prima il «Van Cliburn», poi l´«Enescu»
e infine, come se non bastasse, il Leeds. Una dose sufficiente per perdere
il controllo e la ragione: ma in questo triennio di gloria il giovane
allievo del mago Heinrich dimostra, innanzitutto a se stesso, di non avere
la vocazione del pianista da concorso, di non essere soltanto una macchina
da premi. Invece di abbandonare precipitosamente l´Unione Sovietica
per gettarsi nella mischia del concertismo internazionale decide innanzitutto
di rimanere a Mosca e di continuare a frequentare le aule del Conservatorio:
soltanto dopo la vittoria al Concorso di Leeds Radu si lascia conquistare
dalle sirene irresistibili del professionismo. Ma l´antidoto più
efficace contro la standardizzazione del gusto e l´eclettismo industriale
del pianismo da competizione è senza dubbio la scelta del repertorio.
E, sin dagli anni dei primi trionfi americani (a Cleveland con Barenboim,
a Chicago con Giulini e a Los Angeles con Mehta), invece di cedere alle
lusinghe onnivore del mercato, Lupu segue il tragitto esattamente opposto:
si concentra cioè su un numero di musicisti e su un gruppo di opere
insolitamente, scandalosamente, ristretto: Beethoven (i Concerti e le
Sonate "di mezzo"), Brahms (Klavierstücke, Rapsodia, Terza sonata),
Grieg, Schumann (il Concerto), Mozart (le Sonate per violino e pianoforte),
ma soprattutto un piccolo diluvio di titoli schubertiani: Concerti, Sonate,
Improvvisi, Momenti musicali. Un rigore, una determinazione e un senso
della disciplina davvero impressionanti in un ragazzo di vent´anni:
tre doti che il tempo non ha affatto indebolito e che anzi si sono, nel
trentennio successivo, ulteriormente irrobustite. Oggi Lupu (al quale
il "Vangelo secondo Rattalino" dedica disgraziatamente solo
poche righe) rimane un interprete non soltanto appartato e discreto (negli
ultimi quindici anni nessun giornalista è riuscito ad avvicinarlo),
ma anche cocciutamente rinchiuso in un perimetro interpretativo ridottissimo.
Dischi e concerti continuano a frequentare esclusivamente i grandi classici
del secolo romantico: Schumann, Grieg, Beethoven, Brahms, Schubert. Uniche
concessioni alle "ali laterali": Mozart e qualche timidissima
incursione nella musica russa contemporanea.
In questo furioso e aristocratico distacco dal mondo si annida tuttavia
un pericolo. Il gesto di ritornare ossessivamente su un numero così
esiguo di opere, alla ricerca di ogni minimo dettaglio esecutivo e di
ogni più minuta variante interpretativa, imprime infatti al panismo
di Radu Lupu un´aura ermetica, quasi mistica. Tutti i suoi dischi
e le sue (rare) performance dal vivo sono attraversati da una meticolosa,
cocciutissima "ansia da perfezionismo" che produce due esiti
nettamente contrastanti: se prevale la ricerca oggettiva di un suono storico
e di un fraseggio neutro allora l´ansia si trasforma in tensione,
se invece si impone il culto esasperato del dettaglio allora la medesima
ansia assume i tratti inequivocabili del Manierismo. L´intera carriera
interpretativa di Lupu si svolge entro queste due rive, approdando, per
fortuna, molto più frequentemente alla prima piuttosto che a quest´ultima.
Qualche esempio. La celebre e fortunatissima incisione degli anni Settanta
dedicata a Brahms è senza dubbio un capolavoro di subtilitas: negli
Intermezzi op. 117 Lupu riesce a fondere miracolosamente la chiarezza
abbagliante del fraseggio e la semplicità quasi disarmante del
tocco con un suono ricco, denso, a tratti persino scuro, mentre nei Klavierstücke
op. 118 questa stessa luminosità di fraseggio, che imprime un respiro
ampio e sensuale alle lunghe linee melodiche del pezzo, si unisce alla
straordinaria capacità di rendere duttile e fluida ogni minima
figurazione ritmica. Ma nella Rapsodia in sol minore (ecco l´approdo
all´altra riva) il tentativo di trovare la sintesi impossibile tra
il tono epico e l´aura intima che attraversano quest´opera
irrisolta si traduce in un approccio esageratamente impulsivo e a volte
in un tocco fuori controllo. Qualche cosa del genere accade anche nella
bellissima incisione del 1993 dedicata invece a Schumann: i due caratteri
dominanti dell´opera, la violenza visionaria dei pezzi in stile
"Florestano" e la lentezza vertiginosa dei pezzi in stile "Eusebio",
vengono restituiti con una fedeltà testuale quasi filologica (oltre
che con una tecnica assolutamente impeccabile). Ma quando Lupu approda
al settimo numero della raccolta, il più breve e il più
folgorante, attacca un tempo assolutamente folle, rapidissimo, tumultuoso,
disordinato e anche in questo caso il suono, controllatissimo fino a un
istante prima, sembra scappar via di mano, privo di qualsiasi freno. Soltanto
in una, memorabile, incisione questa dialettica dei contrari appare totalmente
assente: nelle tre Sonate di Schubert registrate per la Decca nel 1977
ci sono soltanto, sulla scena, tre protagonisti: la bellezza del suono,
la morbidezza del tocco e la trasparenza del fraseggio. E il signor Manierismo,
per una volta, resta dietro le quinte.