La figura del compositore rumeno George Enescu ricorda molto quelle di
altri grandi musicisti del Novecento che, avendo talento da vendere, invece
di incanalarlo in una singola disciplina, lo hanno investito in più
occupazioni. Personalità come l´italiano Busoni o l´ungherese
Dohnányi che costruirono, in questo modo, formidabili carriere
a più teste, diventando famosi come esecutori, insegnanti, organizzatori,
direttori d´orchestra, pensatori e critici. Come compositori, la
loro fama rimase invece offuscata da quella acquisita negli altri campi,
così che anche la storia stenta ancora oggi ad annoverarli tra
i protagonisti della creazione musicale.
Enescu era appunto un musicista di questo tipo: formidabile violinista
(suonava con Cortot, Casella e Lipatti), eccellente pianista (suonava
con Thibaud), didatta (Menuhin fu suo allievo), direttore d´orchestra
dalla memoria prodigiosa, nonché instancabile animatore della vita
musicale del suo paese, che egli frequentò anche dopo essersi trasferito
a Parigi nel 1895. A Parigi il quattordicenne Enescu era andato soprattutto
per il violino. Ma una volta arrivato nella capitale francese dedicò
lo stesso tempo sia al suo strumento sia alla composizione, vocazione
che era sbocciata in lui sin da bambino, e che trovò modo di manifestarsi
appieno nel fertile ambiente del Conservatoire. La formazione che questa
scuola dava era la più rigorosa che si potesse immaginare: a insegnarvi
il contrappunto c´erano Dubois e Gédalge, e a garantire che
l´arida dottrina si trasformasse in musica pensavano Massenet e
Fauré, che pure furono maestri di Enescu. Così non stupisce
se la sua musica, affrancatasi in fretta dal folclore rumeno, sia sempre
rimasta fedele alle forme della tradizione e all´estetica del tardo
Romanticismo.
La sua Seconda sinfonia (1915), una partitura in tre movimenti che dura
quasi un´ora, è un esempio della raffinatezza a cui era arrivata
l´arte musicale europea: floridi intrecci contrappuntistici, orchestrazione
in technicolor, modulazioni sul filo di lama, grandi oscillazioni drammatiche.
Insomma: tanto, di tutto, e per noi, oggi, ancora più seducente,
dopo un secolo di prosciugate asciuttezze e intellettualismi. (a.b.)