La
Settima non sarà mai la più popolare tra le Sinfonie di
Mahler: l´andamento è diseguale, diviso tra fasi di alta
tensione ritmica e altre quasi d´immobilità; l´impatto
sonoro è incostante, dato che alterna onde di piena orchestrale
a passaggi di dimensioni cameristiche; la riconoscibilità dei tratti
tipici dello stile mahleriano, infine, è sempre al limite dello
spaesamento. Eppure, se guardiamo l´elenco di questi apparenti difetti
della Settima sinfonia, ci accorgiamo con facilità che sono piuttosto
i suoi pregi e che il loro effetto consiste nel costringerci a rivedere
ogni giudizio affrettato sulla musica di Mahler. Non una "sinfonia
in bianco e nero", per così dire, ma una tavolozza di colori
estremamente sfumati e collocati in una varietà di luci che va
dal bianco abbagliante fino al nero del buio notturno. La Settima è
una sorta di ricapitolazione dei linguaggi che Mahler aveva accolto fino
a quel momento nell´organismo sinfonico: marce funebri, temi popolari,
melodie infantili, suoni della natura, con l´immancabile deformazione
onirica che stravolge le fonti restituendole all´ascolto come qualcosa
di straniato e familiare al tempo stesso, quasi ad anticipare nella musica
quei fenomeni che Freud avrebbe analizzato nel suo celebre saggio sul
Perturbante. Ma a tutto questo la Settima aggiunge un gusto per la miniatura,
evidenziato dai due movimenti chiamati Nachtmusik e dall´uso di
strumenti insoliti, dalla sonorità leggerissima, come la chitarra
e il mandolino. Non solo grandi contrasti, dunque, ma tutta la scala dell´emotività
percorsa con attenzione per le minime variazioni e i più piccoli
sussulti. Essendo meno conosciuta delle altre, la Settima non produce
in concerto l´impressione del già noto, ma proprio per questo
ci avvicina maggiormente a ciò che fu, all´inizio del Novecento,
la forza dell´effetto-Mahler. (s.c.)